Non c’è più posto per questa umanità

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di Salvo Ardizzone

In questa fine d’agosto, l’Europa, che sa badare solo al miope egoismo dei singoli Stati, che sa muoversi solo sotto la dettatura delle convenienze di Berlino, che sa ascoltare solo il linguaggio economico della Troika, è sotto l’assedio di un’ondata senza precedenti di migranti; un’ondata largamente prevista e tenacemente quanto ottusamente trascurata.

Nel Mediterraneo è allarme rosso: nel tardo pomeriggio di sabato erano arrivate già 18 richieste di soccorso alla centrale operativa della Guardia Costiera; una flotta mai vista di 4 barconi e 14 gommoni con sopra fino a 3mila disperati, e non è finita.

I mezzi della Capitaneria, della Guardia di Finanza, della Marina Militare e quelli europei di Triton sono impegnati a tirare a bordo quella folla prima che qualcuna di quelle carrette coli a picco portandosi dietro il suo carico. Li raccoglieranno per sbarcarli in Italia; e dopo? Da mesi, da anni ormai l’Europa discute in un ipocrita dialogo fra sordi, scandito da un naufragio dopo l’altro, senza che mai si giunga a nulla, se non al trionfo dei più beceri egoismi.

Nel frattempo, a quella che è divenuta la rotta più pericolosa al mondo, con oltre 2.400 vittime dall’inizio dell’anno, se ne è aggiunta un’altra, quella che porta alla Grecia e, di là, all’Europa centrale. A luglio, quel Paese, che di problemi suoi ne ha fin sopra i capelli, è stato letteralmente travolto da una marea di gente che fugge dalla Siria, dall’Iraq, dall’Afghanistan e dai tanti altri luoghi disgraziati di cui è sempre più ricco il pianeta.

Ha fatto quello che poteva ed era logico facesse: nella gran parte ha lasciato che continuassero per la loro strada, in barba a quell’egoistica vigliaccata del trattato di Dublino, che scarica addosso ai Paesi periferici il peso e la responsabilità di chi arriva.

Quel fiume di gente è arrivato fino al confine con la Macedonia, una Nazione piccola quanto povera, e lì è stato fermato in una terra di nessuno fra le due frontiere. Il fiume s’è ingrossato in una massa di migliaia di persone che ha premuto fino a sfondare: a nulla sono serviti i reticolati, le cariche della polizia, i lacrimogeni e le granate assordanti. Sabato pomeriggio in almeno 2mila sono passati per correre al nord, verso la Serbia, verso un altro confine ed altri reticolati; per gli altri continua la fame, la sete, la stanchezza; continua l’attesa di un’altra occasione, di un treno verso un futuro che non conoscono ma che non riescono a immaginare peggiore di ciò che hanno lasciato.

La Commissione Ue, dinanzi ai fatti, ha detto che sta monitorando la situazione e che ha già assegnato 90mila euro di aiuti alla Macedonia. 90.000! La stessa Commissione che, senza batter ciglio, ha bruciato una barca di miliardi per salvare i bilanci delle banche in crisi per le speculazioni che avevano fatto.

Le scene di padri disperati con i piccoli in braccio, schiacciati contro i reticolati e gli scudi della polizia; le immagini di poveracci affollati all’inverosimile su barconi sgangherati a cui hanno affidato la propria vita, dovrebbero porci delle domande: a che serve questa Europa?

A costruire il sistema perfetto per le esportazioni di Berlino? A suicidarci con sanzioni assurde dettate da Washington? Potremmo continuare a lungo con le domande; è un fatto che l’Europa non c’è se non quando serve ai più forti.

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