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Nigeria: un Paese devastato dalla sua “ricchezza”

Redazione on 10 settembre 2018 - 07:15 in Africa, Primo Piano

La Nigeria è un Paese più grande di Francia e Germania messe insieme, con sopra 170 milioni d’abitanti che tirano una vita grama (54% della popolazione sotto la soglia della povertà) pur stando sopra a un mare di petrolio (l’estrazione, pur rallentata da tanti problemi, è di circa due ml di barili al giorno) e di gas; e detto per inciso, è da qui che vengono l’80% delle entrate fiscali e il 95% delle esportazioni, perché per il resto è il deserto. Il Pil, che è il secondo d’Africa, è suddiviso nel modo più ineguale non solo fra la gente (i ricchi ci sono, eccome!), ma anche fra regione (che lì si chiamano stati) e regione e fra etnia ed etnia. E di etnie ce ne sono tante in questo stato (circa 250!) tagliato, come tanti in Africa, in base ai capricci dei colonialisti (lì erano inglesi); le più importanti sono cinque: Yoruma (21% della popolazione), Igbo (18%), e Ijaw (10%) che stanno al sud; Hausa Fulani (20%) e Kanuri (4%) che stanno al nord.

NigeriaMa squilibri e divisioni non sono solo un fatto geografico: i colonialisti si fermarono sulla costa o poco dentro, e concentrarono lì la loro attività mettendo le basi di quel minimo di sviluppo e soprattutto impiantando missioni; al nord andarono assai poco, e il territorio rimase abbandonato a se stesso. Così contribuirono alle divisioni più esiziali della Nigeria, anche più delle etnie: al sud si concentrano i cristiani (+/-40% della popolazione), al nord i mussulmani (+/-45%) con circa un 15% di animisti sparsi nella fascia di mezzo. In più, visto che quel minimo di modernizzazione e d’istruzione era al sud, sono quelle le etnie che (ormai da tempo) hanno il controllo dell’apparato amministrativo ed economico dello stato, soprattutto gli Yoruma; al nord, per contar qualcosa (ed anche per cultura tribale), l’unica strada era quella dell’Esercito, così gli Hausa Fulani hanno preso il controllo delle Forze Armate, inaugurando una diarchia fra le due maggiori etnie sulle altre.

Ancora occorre dire che lo stato è poco più che una cornice formale all’interno della quale agiscono dinamiche assai diverse; ufficialmente è uno stato federale e gli stati che lo compongono godono di grandi autonomie, o per legge o per forza di lunga consuetudine; si confrontano con il Presidente (che di poteri ne ha) e il parlamento (bicamerale) ha solo blande prerogative sui bilanci e sulle leggi. Ben più incisivo è il peso di altre istituzioni, ad esempio, nel nord islamico la popolazione riconosce l’autorità dell’Emirato di Borno (nel nord est) e del Califfato di Sokoto (a nord ovest); lo stesso avviene fra i cristiani e nelle altre parti dello stato.

Come si vede, gli ingredienti ci sono tutti: stato debole, fortissime diseguaglianze, povertà diffusissima, divisioni etniche e religiose, e su tutte una corruzione fra le peggiori al mondo. Le ribellioni non potevano mancare; cominciarono gli Igbo con la guerra civile fra il ’67 e il ’70 (la Guerra del Biafra, ricordate?), scoppiata dopo il colpo di stato degli ufficiali Hausa Fulani. Da allora, e per decenni, la Nigeria fu retta da una ferrea dittatura che soffocò sul nascere ogni dissenso; ma quando, intorno al 2000, cominciò una timida transizione verso la democrazia, la voglia di ribellarsi tornò a galla.

Nel Sud Est del Paese, fra le popolazioni Igbo e Jiaw, dal 2004 emerse il Mend (Movement for Emancipation of the Niger Delta), un’organizzazione eco-terrorista che si batteva contro le devastazioni e le rapine delle multinazionali del petrolio e del gas, Eni in testa (da decenni assai diversa da quella che era ai tempi di Mattei). Di ragioni per ribellarsi ne avevano (e ne hanno) davvero tante; per tutto il Delta è un susseguirsi di disastri ambientali che segneranno quella natura per sempre: foreste ridotte a un pantano di greggio, campi insteriliti, acque ricoperte da strati e strati di rifiuti oleosi, fauna scomparsa e la popolazione preda di mille malattie per le esalazioni di impianti privi d’ogni sicurezza. E neanche le briciole per quella gente ridotta alla miseria, anche quelle sono inghiottite da una corruzione spaventosa che fa marciar tutto solo a mazzette.

Gli attacchi agli impianti e alle piattaforme estrattive (difese spesso da autentici eserciti privati) si sono succeduti, come i rapimenti di tecnici e di personale, e come sempre avviene in un simile contesto, terrorismo e criminalità hanno finito per mescolarsi sulla testa delle popolazioni. Polizia ed Esercito hanno risposto nell’unico modo che sanno: con una repressione brutale e sanguinosa che ha aggiunto vessazione a vessazione; solo nel 2009 il governo propose un’amnistia per i guerriglieri, che in diversi, stanchi d’una vita impossibile, deposero le armi. Ma gli attacchi e soprattutto i rapimenti continuarono; e lo sviluppo, per la gente che sopravvive in quell’inferno, ad oggi non è neppure un sogno.

Nel Nord est la situazione è più complessa: son terre aride come il vicino Sahel, dimenticate dai governi che si sono succeduti, e l’unico aiuto viene dalle organizzazioni islamiche. In questa area un’antica predicazione salafita (sovvenzionata riccamente dai Sauditi) si salda all’odio viscerale contro lo stato centrale e l’Occidente. Nel tempo è nato Boko Haram e poi Ansaru, due movimenti che vogliono instaurare uno stato islamico con la Sharia come unica legge; son collegati alla galassia qaedista, e se il primo si rivolge solo all’etnia Kanuri, il secondo fa proseliti fra tutti i mussulmani, Hausa Fulani in testa.

Dal 2010 è guerra aperta con oltre 400 attacchi e più di 18mila vittime, e la loro influenza è in netta espansione grazie all’appoggio più o meno segreto di vari politici; quest’ultimi ritengono che indebolendo il governo centrale i loro maneggi vengano favoriti, ma non pensano che al dunque saranno i primi ad essere spazzati.

I ribelli si finanziano con donazioni e aiuti, ma soprattutto con traffici d’armi, droga, esseri umani, coi rapimenti e imponendo estorsioni anche ai governatori degli stati, saldandosi così con le bande di predoni di tutta l’area. Controllano un territorio abbandonato e lo fanno proprio.

Il governo ha saputo dare solo una risposta militare che parla la lingua della violenza, e con la repressione cieca spinge la popolazione in braccio alla rivolta. Più volte ha tentato di schiacciarla lanciando massicce operazioni anche con l’aiuto di Ciad e Niger; insieme hanno inferto perdite forti, distrutto accampamenti e depositi, ma, andati via i soldati, le bande tornano e si riformano. La ribellione non può essere vinta solo dalla forza bruta applicata ottusamente, occorre un cambiamento radicale di politica che il governo non sa e non vuole fare. E nel tempo si consumano le avvisaglie d’un vero genocidio della popolazione presa in mezzo dalle due parti, con villaggi bruciati, popolazioni deportate, mandrie disperse o sterminate, uccisioni, stupri, violenze che s’aggiungono alle violenze.

A lungo andare, mentre Boko Haram afferma il controllo sul Nord Est, Ansaru aumenta la penetrazione salafita fra tutti i mussulmani, e l’espandersi della ribellione mette una pesante ipoteca sul ruolo che la Nigeria vorrebbe avere di leader della Comunità Economica dell’Africa Occidentale (Ecowas). Inoltre, il diffondersi della violenza religiosa sta frantumando gli equilibri fra le etnie, e fornendo esca all’indebolimento complessivo d’un sistema già precario.

È un Paese mai nato come tale, che affonda in una crisi alimentata da troppi fattori: troppe diseguaglianze, troppe ingiustizie, troppa corruzione, troppa miseria, troppa ignoranza; i gruppi di potere, troppo impegnati a preservare i propri privilegi (anche questi troppi), non sanno e non vogliono porvi rimedio.

di Salvo Ardizzone

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