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Netanyahu contro Obama sulla risoluzione insediamenti

Redazione on 28 dicembre 2016 - 15:35 in Medio Oriente, Primo Piano

Israele è una di quelle nazioni, nella persona di Netanyahu, che si rallegra della vittoria di Trump nelle presidenziali del 2016. E’ risaputo che i rapporti tra l’amministrazione israeliana e quella del presidente Obama non sono stati mai idilliaci, anzi. Non pochi sono stati i discorsi del premier israeliano contro l’amministrazione americana. Israele ha spesso giocato di sponda con il partito repubblicano ed a quanto pare, adesso, sono i repubblicani a rispondere. L’amministrazione israeliana ha sempre fatto orecchie da mercante ogni qual volta che, Obama, ha cercato di far sedere al tavolo delle trattative israeliani e palestinesi.

Netanyahu obama Oggetto del contendere, l’ultimo in ordine di tempo è la risoluzione dell’Onu che impone lo stop degli insediamenti israeliani nei Territori occupati. Da segnalare che gli Stati Uniti si sono astenuti non usando il potere di veto. Senza questo, la risoluzione è stata approvata, incurante degli strepitii di Israele. La risoluzione parla di insediamenti illegali in violazione delle leggi internazionali sulla soluzione del conflitto israelo-palestinese. Questa soluzione utilizza dei termini che non si vedevano dal lontano 1979. Ecco spiegato il nervosismo dell’amministrazione Netanyauh.

Il presidente Netanyahu è andato su tutte le furie convocando l’ambasciatore e affermando che il testo è frutto delle scelte di Barack Obama. Subito la Casa bianca ha smentito che il presidente uscente sia uno degli autori del testo. La cosa sicura, invece, è che la decisione sia venuta direttamente dal presidente Usa. In pratica, un dispetto nei confronti di Israele e del nuovo inquilino della Casa bianca, Donald Trump. Quest’ultimo ha nominato ambasciatore in terra israeliana David Friedman, avvocato di estrema destra che finanzi gli insediamenti.

Una delle promesse del nuovo ambasciatore è stata quella di spostare la sede dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, che si pone come una sonora ed ennesima sberla ai palestinesi in quanto tutte le ambasciate si trovano a Tel Aviv. Il punto è che tutto ruota intorno alla visione ritardata e tardiva dell’amministrazione uscente. Ha agito con molta approssimazione per trovare una strada diplomatica, soprattutto nei periodi in cui il Medio Oriente era una polveriera.

Israele si è detto motivato a dimostrare come la decisione sia stata presa da Obama in persona. Come se il voto fosse stato simile ad un attentato terroristico o ad un’azione di guerra. Il presidente israeliano, se riuscirà nel suo intento non farà altro che alimentare tutte le teorie complottiste che pascolano e proliferano nella destra americana, ossia che Barack Obama altro non sia che un musulmano in incognito, mandato alla presidenza da chissà quale complotto intergalattico. Ovvio che a farla da padrone è la razionalità. Dote che nella politica è sempre più una dote rara.

Infatti, il 20 Gennaio a sedere nell’ufficio ovale, ci sarà una persona che della razionalità ha fatto la sua bandiera nella campagna elettorale. L’ironia è fortemente voluta perchè Donald Trump si è posto come l’oggetto che ha alimentato le peggiori fobie e paure della nazione. Non è mancato il tweet del neo presidente a margine della risoluzione: «L’Onu ha un gran potenziale ma è diventato un posto dove si parla e si spassa. Triste!». In un altro tweet ha aggiunto: “Dopo il 20 gennaio le cose saranno diverse all’Onu!”.

Insomma ne vedremo, leggeremo e sentiremo delle belle. Tornando alla decisioni degli Usa, usando veramente la razionalità non è la prima volta che gli Usa si astengono, la cosa differente è stato l’impegno del nuovo presidente per influenzare il voto Onu. Trump ha premuto sull’Egitto che ha accettato di non mettere il testo ai voti.

La risoluzione risulta urgente perchè, si segnala nel testo, c’è il pericolo della insostenibilità dello status quo, con gli insediamenti che sono destinati a crescere, con la parte Est di Gerusalemme che comincia ad essere minacciata da nuovi quartieri. L’idea dei due Stati è data per spacciata e gli insediamenti non fanno altro che renderla ancora più impraticabile se non del tutto utopica. E’ infatti idea del governo di Netanyahu che ogni casa costruita sia, essa stessa, facente parte di Israele.

In realtà, alla fine della fiera, l’unico vero argomento a sostegno dell’indignazione di Netanyahu è che il Consiglio, grazie all’astensione Usa, abbia avuto modo di votare un testo sulla questione israelo-palestinese. Cosa che, dopo anni in cui non è riuscito a votare lo straccio di quattro parole che condannassero il massacro in Siria, appare, al governo israeliano, del tutto rivoluzionaria e pregiudizievole.

Sebastiano Lo Monaco

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