Nel Darfur l’Imperialismo cova una nuova guerra

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di Salvo Ardizzone

Il Sahel è costellato di Stati praticamente falliti o in dissoluzione, in cui milizie tribali, bande di predoni o jihadiste e sedicenti fronti di liberazione spadroneggiano a piacimento; fra loro non c’è quasi differenza, obbediscono a signori della guerra interessati a spadroneggiare su un territorio.

La Francia è il Paese Occidentale maggiormente coinvolto nell’area, e con continue missioni militari manda i suoi paras e legionari a tamponare le crisi e a far la guardia ai propri interessi (leggi uranio, oro, terre rare, etc. etc.). Di provare a risolvere i problemi di quella gente non se ne parla e uno dopo l’altro gli Stati, in realtà tali solo poco più che per il nome, finiscono per collassare.

Il Sudan è uno di questi: nel 2011, alla fine d’una interminabile guerra civile, il Sud cristiano e animista (e con l’80% delle considerevoli risorse petrolifere situate proprio in prossimità del confine con il Nord) s’è staccato dal resto del Paese islamico. Ma, come abbiamo detto in altra sede, le violenze non sono affatto cessate, anzi, proprio in queste settimane sono in vertiginoso aumento per un nuovo conflitto intestino fra i protagonisti della secessione. Nel frattempo, c’è un’altra guerra antica che non s’è fermata, quella che dal 2003 oppone i separatisti del Darfur al Governo di Khartoum; un conflitto che ha fatto centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi.

In questa guerra fatta di massacri, che rasentano un vero genocidio, da sempre il Governo centrale ha utilizzato largamente milizie denominate Janjawid, letteralmente “diavoli a cavallo”, che hanno meritato in pieno il loro nome per le uccisioni, le violenze, gli stupri con cui hanno accompagnato sistematicamente le loro incursioni. Il loro leader è Mussa Hilal, che, dopo essere stato per anni docile strumento di Khartoum, ora vuole giocare in proprio e affermare il proprio potere sul Darfur. Già due anni fa ha stretto un legame proprio con il Ciad, antico alleato dei Sudanesi, dando sua figlia Amani in moglie al Presidente ciadiano Deby; così ha rafforzato i rapporti con l’etnia Zaghawa, che vive nelle aree di confine e a cui appartiene il genero.

Ultimamente le milizie Janjawid hanno cominciato a strappare posizioni all’Esercito Sudanese, da ultimo a febbraio dopo pesanti scontri; pare inoltre che Mussa Hilal abbia avuto contatti con i vecchi nemici del Sudan Revolutionary Front (Srf), che raggruppa i principali gruppi ribelli del Darfur, e che sempre grazie ai suoi miliziani lo Sla (Sudan Liberation Army, componente maggioritaria del Sfr) abbia preso il controllo di numerose località.

Daby s’è offerto per una mediazione che intavoli trattative tra Hilal e il Presidente sudanese al Bashir per giungere a un accordo e, al contempo, ottenga alle truppe ciadiane la possibilità di operare nel Darfur e nel vicino Kordofan per pacificare la regione. Lo Stato Maggiore sudanese s’è opposto decisamente, perché vede con enorme sospetto quelle truppe entro i propri confini, e Bashir, che non vuole inimicarsi l’esercito, ha respinto la proposta che l’antico alleato ha avanzato nel marzo scorso.

Ma la cosa è assai più complessa: il Sudan, ancora invischiato nella diatriba con il Sud, privato di vasta parte delle sue risorse petrolifere e alle prese con la recrudescenza della ribellione nel Darfur, ora aiutata dalle milizie Janjawid, non controlla più il suo territorio. I continui scontri e il moltiplicarsi di bande armate costituiscono una minaccia di destabilizzazione per il Ciad, oltre che per la Repubblica Centro Africana (che ha già la guerra in casa) e per la Libia (che destabilizzata è già di suo).

Questo spingerebbe Deby ad agire in proprio, forte anche dell’appoggio di Hilal, per prendere il controllo della regione con la scusa di stabilizzarla. Ma non è il dominio su lande deserte che importa a N’Djadema; non farebbe nulla senza il pieno consenso di Parigi. La Francia mantiene in Ciad una solida missione militare (la Epervier) e ne ha addestrato e inquadrato le Forze Armate (soprattutto la Guardia Presidenziale) che ha usato e usa con successo nelle sue varie operazioni nel Sahel. In un colpo solo centrerebbe numerosi obiettivi: mettere sotto controllo l’ennesimo fattore di destabilizzazione che minaccia i suoi tanti interessi nella zona; estendere la propria influenza sul Sudan e, soprattutto, sull’area del Sud Sudan con i suoi giacimenti; infine, ma tutt’altro che ultimo fra gli obiettivi, contenere e magari espellere l’influenza cinese che dal Sudan tenta d’irradiarsi per tutto quel quadrante.

Se scoppierà, e ci sono tutti i presupposti perché accada a breve, sarà l’ennesima crisi sanguinosa che si consumerà lontano dall’attenzione dei media, fra massacri, violenze, stupri e popolazioni costrette alla fuga. L’ennesima guerra senza storia, voluta da un Imperialismo che continua a giocare con il destino di regioni intere in nome dei propri esclusivi interessi.

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