Neet, Italia maglia nera d’Europa

Neet
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Neet, acronimo per “Not (engaged) in education, employment or training”, ossia persone che non sono impegnate in nessuna attività lavorativa, che non studiano, che non si formano; stando ai dati di Eurostat la quota italiana si attesta al 25,7%, in lieve calo rispetto al 26% dello scorso anno ma non sufficiente per far schiodare l’Italia dall’ultimo posto, confermandosi così maglia nera in Europa.

NeetNell’acronimo Neet rientrano tutti quei ragazzi di età compresa tra i 18 e 24 anni che non hanno un lavoro, non studiano e non hanno intrapreso nessun percorso di formazione e se i freddi numeri danno uno spaccato a tinte fosche a peggiorare la situazione vi è anche la media Europa, del 14,3%, per trovare una percentuale che solamente si possa avvicinare a quella italiana bisogna andare a Cipro dove si registra il 22,7% dei Neet; dato ancora più basso rispetto a quello italiano, dietro Cipro si trova la Grecia con il 21,4%, la Croazia con il 20,2%, la Romania con il 19,3%, Bulgaria con il 18,6%.

Tasso superiore al 15% è stato registrato anche in Spagna dove si annota un 17,1%, seguita dalla Francia con il 15,6% e la Slovacchia con il 15,3%. La percentuale più bassa dei Neet si registra come sempre nel Nord Europa; l’Olanda con appena il 5% è quella che guida la testa della classifica, a seguire i Paesi Bassi sono la Slovenia con l’8%, l’Austria con l’8,1%, la Svezia con il Lussemburgo a quota 8,2%, Repubblica Ceca con 8,3%, Malta con 8,5%, Germania con 8,6%, Danimarca con 9,2%

Nell’Unione Europea nel 2017 circa 5,5 milioni di giovani compresi tra i 18 ed i 24 anni, pari al 14,3%, non erano né occupati, né in un percorso di studi né in uno di formazione, ma a destare preoccupazione è, o per lo meno dovrebbe essere, la percentuale che si registra in Italia che è di dieci punti più alta dell’intera media Europea.

Notizie del genere dovrebbero campeggiare sulle prime pagine della maggiori testate giornalistiche nazionali e dovrebbero essere i titoli di apertura dei telegiornali serali, quelli dove la maggior parte della popolazione italiana, è abituata a ricevere informazioni e sulla quale basa le proprie opinioni, invece della problematica dei Neet se ne parla sempre poco, a volte trovare la notizia è persino difficile eppure è un problema che riguarda buona parte della popolazione, soprattutto riguarda quella parte della popolazione che dovrebbe avere il futuro della nazione sulle spalle.

Succede però che le notizie veicolate sono di tutt’altro tenore, si additano problematiche differenti dove l’obiettivo è quello di trovare un nemico con la quale prendersela se si è disoccupati, senza dare una visione alternativa al problema si incrementa una rabbia che rimane fine a se stessa, portando a qualche sfogo sui social network ma lasciando, di fatto, le cose così come sono.

Eppure è evidente che nel sistema formativo e lavorativo italiano c’è una falla titanica; non è solo un problema di mancanza di lavoro, ma anche un problema di formazione e di assenza cronica della cultura basata sulla risorsa umana che viene vista solo come numero da utilizzare e da cestinare; profitto per profitto e massima capitalizzazione delle risorse; non deve poi sorprendere quando si lanciano notizie come quella di una ditta del padovano che lamentava lo scarso esito nell’assumere personale, molti preferiscono andare all’estero dove si viene pagati puntualmente e si viene messi in regola, cosa che in Italia si stenta a fare.

Di recente, uno studio di TuttoScuola, ha fatto un’analisi sul “milione e 750mila studenti” che negli ultimi dieci anni, rispetto ad oltre sei milioni di studenti iscritti al primo anno delle superiori negli istituti statali, non sono arrivati all’ultimo anno e quindi non si sono mai diplomati. Sempre Tuttoscuola ha definito la dispersione scolastica come un fenomeno complesso che riunisce in sé: bocciature, interruzioni di frequenza, ritardo nel corso degli studi, evasione dell’obbligo scolastico, completamento dell’obbligo scolastico e formativo.

Il problema dei giovani italiani è uno di quei paradossi di impossibile soluzione: vi è innanzitutto la questione culturale che vede i giovani come dei figli in perenne fase evolutiva e non come dei cittadini responsabili, molte problematiche vengono risolte all’interno del nucleo familiare piuttosto che dalle politiche pubbliche cosa che rispetto agli Stati esteri crea un solco tra giovani della stessa età; in questo modo molti rimangono ad uno stato latente di immaturità ma insieme al problema culturale; vi è il problema politico, ed è quello che vari governi non hanno voluto affrontare nel modo giusto. Il passaggio più complicato risulta quello dalla scuola al lavoro ed è il buco nero nella quale sprofondano molti ragazzi che disperdono molta forza lavoro o un sotto inquadramento di molti giovani che con talento e capacità sono costretti ad accettare condizioni lavorative indecenti.

Per ultimo, la combinazione tra riforme del mercato del lavoro che hanno fatto aumentare l’area grigia anziché ridurre la disoccupazione, da un lato, e carenza di politiche industriali di espansione dei settori più dinamici e competitivi, dall’altro, hanno prodotto una domanda di manodopera al ribasso compromettendo non solo la condizione dei giovani ma anche quantità e qualità del loro contributo nel sistema produttivo. Detto in altre parole, le aziende italiane sono state incentivate a resistere sul mercato riducendo il più possibile il costo del lavoro, con contratti al massimo ribasso.

di Sebastiano Lo Monaco

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