Morti sospette, si apre processo di Bohli Kayes

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Bohli Kayes è un nome che a molti non dirà nulla, per alcuni sarà solo straniero che chissà cosa ha combinato per salire agli onori della cronaca; Bohli Kayes è morto nel 2014 a seguito del fermo dei carabinieri e della colluttazione che ne è seguita. Kayes morirà poco dopo all’interno della caserma. Il nome del tunisino è nella lunga e triste lista di chi è deceduto mentre si trovava nelle mani delle forze dell’ordine.

Bohli-KayesQuella di Bohli è una morte strana, una morte che si porta dietro molti misteri oltre quello della sua morte, infatti, un’altra vicenda ammantata di mistero ed è quella di una fantomatica foto improvvisamente comparsa e subito dopo fatta sparire: “Ecco come lo hanno massacrato” la dicitura che compare sotto la fotografia; chi l’ha scattata? A quanto pare uno dei militari presenti in caserma, foto che è stata mandata ad altri colleghi foto che non è mai comparsa sugli organi di informazione ma che è stata acquisita dalla procura.

Dai primi accertamenti compiuti si pensa che anche le due lettere minatorie contenti dei proiettili inviate al carabiniere che ha scattato la foto siano opera di qualche militare presente al momento della morte del tunisino; una di queste lettere è stata inviata anche all’informatore che segnalò la presenza di Bohli a Riva Ligure e la Procura pensa che solo un militare poteva conoscere l’identità del tunisino in quanto vecchia conoscenza dei carabinieri visto il passato di spacciatore.

“Uno dei carabinieri stava seduto a terra e teneva in grembo, stretta fra le cosce e rivolta a terra, la testa del tunisino. Contemporaneamente gli premeva sulla schiena con il suo corpo per tenerlo fermo”. E’ la ricostruzione fatta alla Procura di Sanremo da un testimone oculare dei momenti decisivi della cattura e dell’immobilizzazione di Bohli. L’uomo è deceduto a causa della pressione sulla schiena subita nel corso del fermo. L’asfissia conseguente lo ha prima indebolito e poi ucciso nel giro di un paio d’ore; per il Procuratore Cavallone non è un caso alla Stefano Cucchi perché qui il tutto avrà avuto una durata di tre minuti al massimo nella quale un carabiniere ha ecceduto nell’utilizzo della forza.

Per la morte di Kayes sono indagati per omicidio colposo tre carabinieri della stazione di Santo Stefano al Mare che eseguirono l’operazione; il comando dell’arma li ha trasferiti tutti e tre. L’attenzione degli inquirenti si concentra principalmente su uno dei tre indagati definito a più voci dagli abitanti della riviera come una sorta di Rambo dai metodi spicci e brutali, non solo nei confronti dei fermati ma anche dei semplici cittadini, metodi che non venivano apprezzati nemmeno dai colleghi a giudicare dalla misteriosa foto fatta girare in cui si vedeva il corpo esanime riverso a terra di Bohli.

Sino ad oggi i tre indagati si sono sempre rifiutati di rispondere alle domande del Procuratore Cavallone; i legali dei tre inquisiti hanno fatto sapere che i loro assistiti attendono di conoscere gli atti dell’accusa per poter approntare una linea difensiva appropriata.

Tornando alla misteriosa foto, chi ha potuto visionarla afferma che sotto la testa di Bohli si trova una giacca ripiegata che funge da cuscino, sullo zigomo destro una vistosa ecchimosi e diverse escoriazioni su entrambi gli avambracci come se avesse provato a difendersi da qualche forma di violenza.

Se il processo attesterà la reale colpevolezza dei tre carabinieri si riproporrà purtroppo una storia già vista e che proprio in questi giorni pare aver risvegliato la coscienza di una parte della popolazione italiana grazia al film “Sulla mia pelle”, che racconta il calvario di Stefano Cucchi; anche di lui come di Bohli ci rimane la foto che lo vede ormai esanime e se quella di Cucchi è ormai facente parte dell’inconscio collettivo, di Kayes possiamo solo immaginarla, ma per il momento è giusto ricordarlo mentre sventola una bandiera della Juventus in un momento spensierato della sua vita che, come quella di Cucchi, non è stata esente da errori ma non per questo meritavano di morire tra le mani di presunti servitori dello Stato.

di Sebastiano Lo Monaco

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