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Mortalità infantile, i terribili dati di Unicef

Salvo Ardizzone on 24 febbraio 2018 - 05:27 in Cronaca, Primo Piano

Secondo Unicef il più alto tasso di mortalità infantile si registra nel Pakistan e nella Repubblica Centrafricana; è ciò che si legge nel rapporto “Ogni bambino è vita” pubblicato nei giorni scorsi. All’estremo opposto i dati di Giappone e Islanda, dove si registrano i tassi di mortalità minori.

Il Pakistan è il posto più pericoloso al mondo per un nascituro; stando a quando detto dall’Unicef ogni 22 neonati 1 non arriva al primo mese di vita, catastrofico se rapportato ai numeri dell’Islanda e del Giappone dove muore solo 1 su 1000 nati.

Nel Pakistan si riscontrano vizi antichi, dal terrorismo al fondamentalismo, portatori di ignoranza che boicotta i vaccini come quello contro la polio; il risultato è una media spaventosa di 45,6 decessi su 1000 nati. L’India, con 25,4 decessi su 1000, si posiziona sopra, ma con numeri comunque terribili; fra questi Paesi si pongono molti Stati africani: Repubblica Centrafricana e Ciad ad esempio, che sono tra gli otto Paesi al mondo dove la mortalità infantile è più alta.

Le tabelle pubblicate dall’Unicef fanno risaltare la differenza tra Paesi ricchi e poveri, con un dato che dovrebbe far riflettere: oltre l’80% dei due milioni e mezzo di morti nei primi giorni di vita, ovvero 7000 decessi quotidiani, si sarebbero potuti salvare se avessero avuto accesso ad adeguate cure sanitarie.

Stando ai dati Unicef l’India è risalita al 12esimo posto nella mortalità infantile tra i 52 Paesi dal reddito medio-basso, piazzandosi al 153esimo posto su 182 nella classifica globale e dimezzando negli ultimi 25 anni il numero di decessi tra i nati di età inferiore ai 5 anni.

Eppure ciò non è bastato a frenare le morti tra i neonati nel primo mese di vita: ogni anno 600mila bambini muoiono in questa fascia di età; è come se sparisse una città come Palermo.

In uno studio effettuato due anni fa, il Governo indiano ha osservato che nelle prime settimane di vita ogni 1000 bambini morti 14 erano maschi e 23 femmine; ancora più choccante l’osservazione sui primi anni di vita: il 61% dei sopravvissuti era di sesso maschile contro il 39% di sesso femminile, un segno evidente di discrepanza tra i due sessi di accesso alle cure.

Anche il Pakistan offre un quadro desolante: frequentissimi sono i decessi fra i neonati dovuti a diarrea e infezioni acute respiratorie; sono oltre 400mila i bambini che non superano il primo anno di vita.

Inutili sinora i programmi promossi sia dal Pakistan che dall’India per informare la popolazione, del resto le cifre spese sono irrisorie se si pensa a quanto queste Nazioni spendano in armamenti; con questi presupposti non c’è da stupirsi se in Stati altrettanto poveri come Bangladesh e Nepal i tassi di mortalità infantile siano meno tragici.

D’altronde la sensibilità al problema varia all’interno dello stesso territorio indiano: Kerala e Goa registrano tassi di mortalità infantile di 10 nascituri ogni 1000 nati, mentre in Bihar e Uttarakhand si sale a 44, al livello del Pakistan. Statistiche simili si registrano nell’Uttar Pradesh, Bihar e Rajasthan, dove nasce il 46% dei bambini indiani e dove si registra il 57% delle morti neonatali.

Oltre l’80% di questi decessi è dovuto a infezioni come la sepsi, meningite e polmonite; malattie che secondo Unicef sono facilmente prevenibili con un’assistenza sanitaria decente; peccato l’India spenda per la sanità solo 10 miliardi di dollari a fronte dei 53 miliardi del comparto militare. Anche peggiore la situazione nel Pakistan, dove ai 12 miliardi spesi per le Forze Armate fanno riscontro appena 200 milioni per la Sanità.

Una logica di bilancio scriteriata, che insegue i sogni di potere dei governanti, dimenticando i bisogni più elementari della gente.

di Sebastiano Lo Monaco

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