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Migranti, il salto del muro che vale una vita

Salvo Ardizzone on 18 maggio 2017 - 04:19 in Europa, Primo Piano

Il muro di Melilla, quello che separa il Marocco dalle città autonome di Ceuta e di Melilla, è stato pensato per fermare i migranti e il contrabbando: 3 metri di altezza per 8 km di lunghezza a Ceuta e 12 a Melilla, torrette di vigilanza, illuminazione ad alta intensità e strumenti per la visione notturna. Al momento si sta pensando d’innalzarlo ad oltre 6 metri, per farlo si attende il consenso dell’agenzia Frontex.

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Ma tutto questo non ferma il flusso dei migranti; lasciando da parte i fatti lontani, come nel 2005, quando per respingere un massiccio tentativo di migrazione verso l’Europa la polizia marocchina aprì il fuoco causando una strage, il flusso non ha tregua: molti si fabbricano ramponi con pezzi di ferro per tentare il salto che può valere una vita, molti altri scavano sotto le barriere.

È un muro e come tutti i muri svolge il suo compito: respingere la disperazione, uccidere la speranza, ferire le illusioni; migranti ripetutamente pestati dalla polizia di confine che continuano a provarci, ci riproveranno anche oggi e così in futuro. Il muro di Ceuta e Melilla fa il paio con il muro di Viktor Orban, il premier ungherese; sul confine dei territori magiari i migranti sono stipati in container, mentre la civile Austria ha creato delle isole artificiali dove rinchiuderli.

Esseri umani bloccati in un limbo, che si lasciano andare, che si tolgono la vita. E in questo flusso di migranti anche bambini: secondo fonti Unicef se ne calcolano almeno 24.600 abbandonati nei Balcani. Bambini soli, senza calore umano, senza scuola, senza giochi. I muri, le frontiere chiuse costringono ad una lotta per la sopravvivenza che il più delle volte diviene brutale.

Muri eretti dall’egoismo del mondo civile e progredito, barriere del benessere per tenere lontani chi vuole condividere quel pizzico di civiltà che gli viene negata; muri nati dal capitalismo liberista e liberticida, incapace di pensare ad un sistema di inclusione e di redistribuzione della ricchezza, che se accoglie quei disgraziati lo fa per sfruttarli. Dimostrano l’incapacità di un Continente intero di aprirsi dinanzi ad un problema di non facile soluzione, certo, ma generato in larghissima parte dai meccanismi predatori della globalizzazione e del capitalismo più becero, quegli stessi meccanismi acriticamente osannati come unici modelli di sviluppo.

E così si alimentano le occasioni di sfruttamento: i muri creano limbi nei quali proliferano centri di accoglienza che altro non sono che mangiatoie politiche dove si arricchiscono politicanti, sacerdoti indegni, sedicenti volontari, di tutto un po’, con tutto quello che vi ruota intorno.

Questo lerciume fa aumentare la rabbia nella popolazione che, volutamente male informata, ritiene che i soldi vengano dati ai migranti, e si alimentano le leggende metropolitane dei rifugiati con cellulare e 35 euro al giorno. Basterebbe guardare un po’ più in là del proprio naso e si vedrebbe che la realtà è molto diversa e assai peggiore di quanto la si voglia far credere. Ma non è questo che serve a questo Sistema e a chi ci guadagna, servono i muri e un nemico da additare.

di Sebastiano Lo Monaco

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