Mediterraneo: immigrazione, l’Odissea moderna

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Mediterraneo – Le ragioni che spingono migliaia di disperati ad abbandonare i luoghi di origine sono sempre tragiche, angosciose e spesso inzuppate di sangue. Una volta attraversato quel breve tratto di mare che ha diviso la loro sfortuna dalla più agiata quotidianità europea, si ritrovano l’ostilità di un popolo che pare aver dimenticato la propria storia. Gli italiani, brava gente lo sono ancora, ma da qualche decennio stanno cedendo a lusinghe propagandistiche e forcaiole che li mettono in guardia contro quei disperati che si affidano a scafisti criminali, a barche di fortuna e a poco più. L’assistenza degli uomini dell’autorità portuale, lascia spesso il posto alla diffidenza e al disprezzo che molti di noi hanno deciso di riversare nei loro confronti.

Siamo lontani dai tempi in cui Didone accolse il Pio Enea e la sua truppa e, vedendoli così malmessi, provò simpatia per loro. Simpatia come capacità di soffrire insieme, quella che con identica accezione noi latini chiamiamo compassione. Non vi è sentimento più umano del solidarizzare con chi sta peggio di noi, uomo o animale che sia; dovrebbe essere un dovere morale laddove non riesca ad essere un gesto naturale e istintivo, come allungare una mano e cercare di trattenere chi stia scivolando dentro a un burrone.

Da qualche tempo a questa parte, però, complice una profonda crisi finanziaria, il fenomeno dell’immigrazione viene vissuto come un allarme sociale. I profughi sarebbero la causa di innumerevoli mali. La penuria di lavoro, l’aumento della criminalità, il rischio di attentati, la crescente violenza nelle città sarebbero, a sentire sedicenti esperti, direttamente proporzionali al numero degli stranieri extracomunitari presenti nel nostro Paese.

A cavalcare la tigre ci pensa una parte della politica nostrana che da anni con argomenti di bassa “lega” ci marcia, fomentando fra la gente diffidenza, paura, intolleranza. Nella piena consapevolezza che la stragrande maggioranza degli italiani nutre sentimenti molto lontani da quelli che caratterizzano la Lega di Salvini, stupisce la decisione da parte di alcune regioni di non volere offrire ospitalità a quanti arrivano qui dopo un viaggio della speranza (o della disperazione, che dir si voglia) per cercare fortuna o molto più probabilmente solo per scampare dal rischio certo di perdere la vita.

Ma se cercare di salvare la pelle non è considerata una motivazione sufficiente per cambiare e ricominciare da zero in un Paese sconosciuto, quale altra ragione potrebbe giustificare la scelta di voler attraversare l’inferno per approdare nelle nostre coste? La risposta va cercata negli sguardi atterriti di quei disperati che riescono a sopravvivere al lungo viaggio. Basta guardali per un attimo negli occhi per riuscire a scorgere tutto lo sconforto, la paura, il dolore.

E se siamo abituati ad avere notizie di chi dall’inferno non ne è uscito, finendo infondo agli abissi, o di chi miracolosamente ce l’ha fatta, poco o nulla sappiamo di coloro che al mare non ci sono mai arrivati, perché il loro sogno si è infranto ancor prima di mettere piede in una barca, nel bel mezzo del deserto. Sarebbe anche ora di chiedersi seriamente qual è la reale portata di questo dramma che si consuma senza ferie a ogni sorgere del sole. Sarebbe ora di definire accordi con tutti gli altri Stati europei su come fornire ospitalità ed uno spiraglio di futuro a chi arriva.

Abbiamo norme europee per ogni cosa, la maggior parte sono anche irrilevanti o poco sensate. Un florilegio di articoli ci chiariscono la grandezza che devono avere gli ortaggi, la quantità minima di cacao nella cioccolata e via dicendo, per un sentiero che passa dal comico al ridicolo. Ma non c’è alcuna legge comune in tema di immigrazione dall’Africa. Abbiamo previsto tutto tranne che flussi di donne e uomini si spostassero dal sud del mondo verso la nostra Europa. Eppure non serviva tanta fantasia, visto come si stanno mettendo le cose nel continente che è stato la culla della vita. Anche della nostra.

di Adelaide Conti

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