Medio Oriente: guerra aperta al mondo sciita

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di Salvo Ardizzone

La lotta senza quartiere che le Monarchie del Golfo conducono contro l’intero mondo sciita, è da inquadrare nel complessivo progetto di destabilizzazione del mondo arabo portato avanti dai sauditi, per il controllo delle fonti energetiche e l’affermazione del wahabismo; ne è parte fondamentale, e per Riyadh è la partita più importante.
In un precedente articolo abbiamo già parlato del ruolo fondamentale che Arabia Saudita e gli altri Emiri hanno avuto nel suscitare le varie “primavere”, per abbattere “uomini forti” e contrastare la Fratellanza Musulmana al fine di affermare la propria egemonia, ma sono gli sciiti, e l’Iran che ne è la realtà di gran lunga più importante, il primo obiettivo.

La contrapposizione è assai più che un fatto religioso; come abbiamo già detto, l’ottica wahabita, ultraconservatrice, dogmatica e assolutista, è funzionale, anzi, indispensabile alla legittimazione dei sistemi politici del Golfo, fatti a misura per perpetuare gli smisurati privilegi d’un pugno di famiglie, che gestiscono gli immensi profitti del petrolio come cosa propria; difendere il wahabismo equivale a difendere il meccanismo che fa affluire un fiume di dollari nelle tasche di un pugno di cinici corrotti. E attaccare il mondo sciita equivale a provare a disarticolare l’unica area nella regione che può contrapporsi ad essi, impedendo che assumano l’egemonia e il controllo sulle fonti energetiche.

Gli Sciiti, che sono un ramo minoritario dell’Islam, occupano, sia pur non in maniera uniforme, un’area che va dai confini afghani al Mediterraneo, con minoranze nel Golfo Persico e nella Penisola Araba; com’è noto, è in Iran che sono in schiacciante maggioranza, ed è sempre l’Iran che finisce per esercitare una naturale influenza su popolazioni e stati di quest’area, che ovviamente cresce col crescere del suo prestigio e potere.
Fino al ’79, il colosso iraniano era considerato un alleato delle Monarchie del Golfo, perché gli Usa ne avevano fatto il proprio guardiano nell’area, ma con la cacciata di Reza Pahlavi, e l’instaurazione della Repubblica Islamica, le cose sono cambiate radicalmente: Teheran, affrancata dal dominio di Washington, non solo non era più funzionale agli interessi americani e sauditi, ma sarebbe stata un ostacolo. Per questo, a suon di petrodollari e armi, nel 1980 Saddam Hussein ed il suo esercito furono comprati per scatenare una guerra sanguinosa che durò otto anni; la prima delle tante che i wahabiti avrebbero suscitato in tutta l’area.

Non ottennero alcun risultato, anzi, Saddam, deluso, pensò di invadere il Kuwait per indennizzarsi e fu la prima delle Guerre del Golfo; andò come andò, ma ormai anche il petrolio dell’Iraq, che era tanto, finì nelle mire di sauditi e lobby americane, e quando con Bush figlio riebbero l’incondizionato controllo dell’Amministrazione Usa, fu la seconda Guerra del Golfo e la totale destabilizzazione di quel Paese. Nel frattempo, continuava la lotta contro Teheran, fatta di boicottaggi, di sanzioni e più in là di tentativi di destabilizzazione interna, che costrinse l’Iran sulla difensiva.
Ma non bastava, perché, ciò malgrado, il loro nemico era ben lontano dall’essere abbattuto, anzi, aveva cominciato ad espandere la propria influenza e collaborazione sull’Iraq e il suo governo (divenuto a maggioranza sciita dopo la caduta di Saddam), sulle repubbliche dell’Asia Centrale, sulla Siria e il suo gruppo dirigente alawita e sul Libano.

Vennero così altre sanzioni assai più dure, giustificate con la montatura d’un programma nucleare militare.
Nel frattempo s’era arrivati alla stagione delle “primavere”, e venne messa nel mirino la Siria: abbattere Assad sarebbe equivalso a spezzare la possibilità di saldare quell’area di collaborazione sciita che andava sorgendo, e isolare il Libano dove Hezbollah stava consolidando una realtà d’incredibile portata. Cominciò così l’ennesima guerra per procura che ha fatto di quel disgraziato Paese un pantano di sangue e di macerie: un fiume ininterrotto di dollari ha fatto affluire laggiù montagne d’armi e migliaia e migliaia di uomini reclutati a peso d’oro in Tunisia, Libia, Egitto, spesso fra i galeotti fuggiti in massa dalle prigioni spalancate dalle rivolte, e ancora dal Caucaso, da tutto il mondo sunnita e addirittura dall’Europa. Gente che nulla aveva da perdere e che molto s’è trovata a guadagnare, taglieggiando le popolazioni, rapinando e impiantando traffici d’ogni sorta nei territori di cui assumeva il controllo: armi, droga, addirittura cibo e medicinali sottratti a una popolazione alla fame e priva d’assistenza, esseri umani, organi, tutto.

Queste bande, divise in vari gruppi spesso in lotta fra loro per la supremazia e per la spartizione dei “proventi della guerra”, all’inizio hanno tuttavia messo in seria crisi l’Esercito siriano, minacciando di debordare in Libano e passando spesso in Iraq, dove l’insorgenza qaedista non era mai stata del tutto sradicata. Solo l’intervento di Hezbollah con il suo massiccio potenziale, e una massa di volontari sciiti iracheni, ha permesso di ristabilire l’equilibrio prima e poi far pendere le sorti della guerra per i lealisti che, a poco a poco, han cominciato a guadagnare terreno.

Sfumata la possibilità d’una facile vittoria sul campo, è maturata la decisione d’un risolutivo intervento esterno; così è nata la provocazione di Ghouta, il quartiere di Damasco dove, nell’agosto del 2013, avvenne un attacco con gas sarin contro la popolazione civile, subito attribuito ai lealisti. Diversi stati (Francia in testa ed anche la Turchia), comprati da lauti contratti di fornitura sauditi, si attivarono per un immediato attacco della comunità internazionale contro Assad; ma stavolta, quella che un rapporto del Massachussets Insitute of Tecnologie ha rivelato come l’ennesima montatura, non ha sortito effetto. L’Amministrazione Obama, pur essendo sotto scopa delle potentissime lobby americane, israeliane e saudite, non ne era organica e, dinanzi alle resistenze della Russia a permettere il blitz, colse al volo la possibilità di fermare gli aerei pronti a partire, anche grazie a un intervento del Pontefice.

Occorre dire a questo punto che la guerra in Siria, fra i tanti effetti, ha messo allo scoperto in modo lampante la saldatura fra il Golfo e Israele in chiave anti sciita, poiché per Tel Aviv come per Riyadh sono Hezbollah e Iran i nemici principali. Sia come sia, il mancato attacco rese furiosi sauditi e israeliani perché faceva svanire la vittoria, e infatti, sul campo, le sorti della guerra volsero decisamente verso i lealisti, malgrado le montagne di armi e dollari (a miliardi) che continuavano a giungere ai “ribelli” per alimentare quel mattatoio (dal marzo 2011 si calcola che i morti siano ormai fra i 160 e i 170mila).

Chiuse le possibilità di vittoria in Siria (dove la guerra comunque è destinata a durare ancora a lungo), il progetto di destabilizzazione doveva essere esportato, allargando l’area dello scontro di pari passo all’accrescersi delle possibilità dell’Iran di affrancarsi dalle sanzioni internazionali, a seguito dei progressi del negoziato sul nucleare tenuto a Ginevra (altro serio motivo di frizione di israeliani e sauditi verso gli Usa). In Libano, malgrado i numerosi tentativi, la forte presa sul territorio esercitata da Hezbollah ha impedito per ora l’esplodere di una nuova guerra civile; in Iraq, invece, le formazioni qaediste rialzavano la testa, saldandosi al malcontento dei sunniti per le politiche del governo al Maliki.

Così, lasciandosi dietro un territorio ormai depredato e distrutto, le bande dell’Isil, la principale delle strutture dei “ribelli”, si sono trasferite in Iraq, inserendosi abilmente nella crisi politica del Paese e nelle divisioni fra sciiti e sunniti. Fra la fine del 2013 e il 2014 la provincia di Al-Anbar, tradizionale culla dell’insorgenza sunnita, è andata in fiamme con l’occupazione di Falluja e Ramadi; dinanzi all’inconcludente risposta militare e politica di Baghdad, si è aperta la finestra di opportunità e, dopo ulteriori fiammate, ai primi di giugno è giunta la mazzata per la quale si sono messi insieme terroristi islamici, insorgenti sunniti e vecchi elementi bahatisti. Dinanzi a loro, la struttura corrotta e inefficiente dell’Esercito Iracheno ha ceduto, lasciandogli in mano, oltre al controllo di vasta parte del Paese, immense quantità di armi d’ogni tipo (secondo alcune stime per un valore di 1,5 mld di $) e di denaro, preso nelle banche delle città conquistate (almeno 500 ml di $).

Il disastro ha però ottenuto il risultato di ricompattare gli sciiti iracheni, divisi da gelosie e interessi in diversi gruppi spesso in competizione; è perciò probabile che l’attacco all’Iraq finisca per sortire l’effetto opposto, saldando antiche fratture e divisioni; inoltre, il bestiale comportamento dei miliziani dell’Isil suscita già incrinature nello stesso fronte sunnita. Per questo sull’esito finale dello scontro non dovrebbero esserci dubbi; gli sciiti dovrebbero respingere questo ennesimo attacco, purtroppo a prezzo di molto sangue e molte distruzioni.
Nel frattempo il Golfo continua a tessere intrighi e giocare le sue carte, tentando in tutti i modi di ostacolare le produzioni di greggio degli altri Paesi: Iraq, Libia, Iran stesso attraverso il mantenimento delle sanzioni; meno ne affluisce sui mercati, più alti rimarranno i prezzi, lasciando intatto il fiume d’oro che si riversa nelle tasche d’un pugno di famiglie criminali. In fondo è lo scopo vero di tutto questo sangue.

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