Marwan Abdel-Al (Fplp): “Riconoscimento Onu ennesima illusione per il popolo palestinese”

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di Giovanni Sorbello

Il Libano sembra ripiombato nelle cupe atmosfere degli anni della guerra civile, le autobombe sono ritornate a mietere vittime civili e le tensioni tra le varie fazioni sono riesplose in maniera preoccupante. In questo scenario poco rassicurante anche i campi profughi palestinesi sono ritornati ad essere una polveriera pronta ad esplodere.

Nel corso del nostro ultimo viaggio in Libano ne abbiamo parlato con Marwan Abdel-Al, segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

Negli ultimi mesi la situazione nei campi profughi palestinesi è molto tesa, diversi gli scontri a fuoco registrati tra fazioni rivali. Esiste un coordinamento tra i vari gruppi per tenere sotto controllo la situazione?

Nei campi palestinesi si vive sempre su una linea rossa, purtroppo le tensioni regionali hanno influenzato negativamente anche la comunità palestinese in Libano. Noi non vogliamo essere coinvolti nelle tensioni esterne, conosciamo bene le conseguenze che pagarono i palestinesi durante la guerra civile libanese.
Tutte le fazioni concordano per mantenere la sicurezza all’interno dei campi, esiste anche un coordinamento tra noi e le istituzioni libanesi affinchè si possa evitare qualsiasi incidente, all’interno e all’esterno dei campi.

La presenza dei miliziani salafiti armati all’interno dei campi palestinesi rappresenta una forte preoccupazione sia per i palestinesi che per i libanesi. Quali misure sono state intraprese per contrastarli?

I gruppi salafiti presenti nei campi profughi sono sotto il costante controllo delle forze di sicurezza palestinesi, non hanno possibilità di movimento. Siamo consapevoli di essere ad un passo da un conflitto regionale, proprio per questo non permetteremo a nessuno di fomentare ulteriori tensioni.

Il conflitto siriano ha coinvolto pesantemente anche i profughi palestinesi, qual è la situazione nel campo di Yarmouk?

La situazione a Yarmouk resta ancora molto tesa e le condizioni di vivibilità sono drammatiche. In questo campo prima del conflitto vivevano circa 250mila persone, oggi ne sono rimasti circa ventimila e sono ostaggi dei miliziani salafiti che hanno occupato una parte del campo. L’esercito siriano che non può accedere all’interno, ha circondato il perimetro di Yarmouk per non permettere ai terroristi di infiltrarsi o fuggire. Un altro campo profughi palestinese in Siria, quello di Daraa sul confine giordano, è stato completamente distrutto dai “ribelli” siriani.

A sei anni dal conflitto tra i miliziani di Fatah al-Islam e l’esercito libanese che distrusse completamente Nahr al-Bared, sono ancora in corso i lavori per ricostruire il campo. In questi anni si sono alimentate voci sulla gestione poco trasparente dei fondi arrivati dalla comunità internazionale. Come sono andate realmente le cose?

A Nahr al-Bared la gestione dei fondi è stata sempre molto chiara, c’è da dire invece che la maggior parte dei Paesi che avevano promesso decine di milioni di dollari per ricostruire il campo, alla fine non hanno effettuato nessuna donazione. Questa è la causa principale che non ha permesso dopo più di sei anni di ultimare i lavori. Al momento all’interno del campo vivono 25mila palestinesi.

Da circa un anno la Palestina è entrata a far parte delle Nazioni Unite come “Stato osservatore non membro”; quale riconoscimento concreto ha portato alla causa palestinese?

Noi siamo stati sempre contrari a questa decisione. Non ci teniamo ad essere uno “Stato osservatore non membro”, non vogliamo elemosinare nessun riconoscimento. Nei fatti concreti questa decisione, per tanti storica, non ha portato assolutamente nulla alla causa palestinese. Ha rappresentato solo l’ennesima illusione per il popolo palestinese.

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