Marocco: raggiunto accordo fra le fazioni libiche sulla formazione di un Governo di unità nazionale

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di Salvo Ardizzone

Dopo un’estenuante negoziato durato mesi, in Marocco è stato raggiunto un accordo fra le fazioni libiche sui nomi candidati a guidare il Paese in un Governo di unità nazionale, detto di Conciliazione, che dovrebbe essere presieduto da Fajez Serraj, membro del cosiddetto parlamento di Tobruk, ma non nella lista di nominativi da esso proposta. A dare l’annuncio, giovedì notte, è stato l’inviato speciale dell’Onu Bernardino Leon.

Adesso toccherà ai due parlamenti, quello di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale, e quello di Tripoli, ritenuto legittimo solo da Turchia e Qatar, accettare l’intesa.

In realtà, già nel luglio scorso tutte le fazioni avevano già raggiunto un accordo; da esso si era escluso solo il Gnc (Congresso Nazionale Generale), il cosiddetto parlamento di Tripoli, un’entità che rappresenta solo se stessa, ma che è manovrata da Fajr Lybia, la coalizione di milizie islamiche minori che controlla Tripoli.

Quel pulviscolo di formazioni che tengono in ostaggio il simulacro di Governo, non intendeva perdere il ruolo che gli veniva dal controllo della Capitale, malgrado anche i loro potenti alleati di Misurata avessero siglato un accordo.

Adesso, in questo gioco del tanto peggio tanto meglio che ha finito di distruggere quanto restava della Libia, e, secondo le Agenzie dell’Onu, ne ha condotto la popolazione in una grave emergenza umanitaria, il tempo sta ormai per scadere.

L’accordo, per rimanere dell’ambito del mandato del Palazzo di Vetro, dovrà essere approvato entro pochi giorni. Se il Gnc (ovvero Fajr Lybia) dovesse continuare a prender tempo per contrattare ancora, è probabile che, decaduto l’attuale mandato delle Nazioni Unite, le altre parti (che sono la stragrande maggioranza) cercherebbero comunque un’intesa per frenare la deriva disastrosa di uno Stato fallito, che sta concedendo sempre più spazio a banditi, predoni, trafficanti e a chi fra questi si riunisce sotto le insegne del cosiddetto “califfo”.

In realtà, nel pantano libico sono in tanti, dentro e fuori il Paese, a giocare al massacro, spostando sulla riva del Mediterraneo uno scontro che infiamma già tutto il Medio Oriente. A parte le ragioni generali, laggiù per posta ci sono anche quei giacimenti di petrolio e gas che nel 2011 hanno spinto l’ingordigia della Francia, e a seguire della Gran Bretagna, a scatenare il caos che ha inghiottito la Libia salvo poi disinteressarsene totalmente.

In tutto questo l’Italia, che il disastro l’ha permesso senza fiatare, anzi, vi ha bellamente contribuito malgrado gli enormi interessi energetici e di ordine interno per i migranti, sta a guardare, limitandosi a rimanere in seconda fila aspettando che le permettano di assumere il comando di un’eventuale missione di stabilizzazione del Paese, se e quando dovesse partire.

L’ennesima dimostrazione d’irrilevanza e inadeguatezza, anche nell’unico posto al mondo che le viene riconosciuto come “il cortile di casa”.

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