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Mapuche: “Felici del Papa, ma non bastano solo parole”

Redazione on 20 gennaio 2018 - 03:57 in America, Primo Piano

Nel secondo giorno del suo viaggio in Cile il Papa è giunto a Temuco, capitale dell’Araucania, a circa 600 chilometri da Santiago. Ha celebrato nell’aeroporto di Maquehue la Messa di fronte a 400mila fedeli. Alla liturgia hanno preso parte anche alcuni rappresentanti mapuche nei loro abiti tradizionali e, prima dell’omelia, i nativi hanno intonato canti della cultura india, accompagnandosi con gli strumenti tipici della tradizione indigena.

«Mari, Mari, Küme tünngün ta niemün» “Buongiorno, la pace sia con voi”. Papa Francesco apre il suo discorso in lingua mapudungun, la lingua della terra da mapu “terra” e dungun “parlare”, la lingua dei mapuche. “Ingiustizie di secoli – dice il Pontefice – questa Messa è per chi ha sofferto. Una cultura del riconoscimento reciproco non può essere costruita sulla violenza o sulla distruzione che finiscono per uccidere vite umane”. I Mapuche, il popolo della Terra, (da mapu: terra e che: uomo) lottano quotidianamente per il riconoscimento della propria lingua, della propria cultura, della propria identità e per la riappropriazione delle terre ancestrali sottratte loro dai conquistadores e dai latifondisti negli ultimi secoli.

Le parole del Papa non saranno state accolte molto favorevolmente da chi è da sempre vittima della repressione e della legge del più forte. Francesco, menzionando gli accordi ricchi di belle parole e buone intenzioni, ma destinati tuttavia a rimanere lettera morta, ha voluto rivolgersi al governo cileno ma, allo stesso tempo, ha ricordato ai Mapuche, senza nominarli, che “non si può chiedere il riconoscimento distruggendo l’altro e che la violenza finisce per rendere falsa la causa più giusta”, invitando, al contrario, a cercare “il cammino della non violenza attiva, come uno stile di politica per la pace”.

La leader mapuche Rosa Namuncurá dell’associazione ‘Lonco calfucura’ e pronipote del beato Ceferino Namuncurá, mapuche della Patagonia argentina, aveva affermato: ”Bene la visita, ma ora ascoltateci speriamo che il viaggio del Papa in Cile possa portare la pace e che i Mapuche siano ascoltati dai cileni. Tra noi c’è molto scontento. Chiediamo il rispetto dei diritti ancestrali del nostro popolo e la libertà di portare avanti la nostra spiritualità, di parlare con Dio. La politica, lo Stato del Cile sono contro di noi. Noi vogliamo solo la pace e la giustizia. Il viaggio del Papa è importante perché può aiutarci a portare la pace – ha sottolineato Rosa – i Mapuche in genere sono contenti della visita, perché siamo un popolo di pace. Siamo persone tranquille, amiamo la natura. Non siamo tutti uguali ma è certo che siamo contenti di accogliere un Papa che cerca di promuovere la pace nel mondo”.

La leader ha dichiarato che nelle zone del sud del Cile, dove vive la maggioranza del suo popolo in condizioni di povertà, “la gente soffre molto di più per lo sfruttamento della terra, o per la sottrazione dei luoghi di culto. Mi chiedo: perché accade? Crediamo in un Dio onnipotente che chiamiamo con un nome diverso ma è lo stesso che ha creato la terra, l’universo. Molti non capiscono perché facciamo riti e cerimonie diverse. Se il territorio è stato sfruttato o usurpato ci sono conseguenze sulla spiritualità dell’intero popolo mapuche, che si sente colpito”. Inoltre, prosegue Rosa: “Esiste una legge antiterrorista molto dura, i nostri fratelli vengono arrestati e restano in carcere mesi e anni, sono situazioni molto dolorose per noi”.

La Messa è stata celebrata nell’aeroporto di Maquehue, un tempo territorio ancestrale indigeno ora proprietà della forza aerea cilena, utilizzato durante la dittatura di Pinochet come centro di tortura e di detenzione. “È Stato scelto questo luogo sacro a noi Mapuche – ha affermato Rosa Namuncurá – ma come sempre il popolo nativo non è stato consultato. Il Papa sta facendo qualcosa di buono perché viene a parlare di pace, ma come noi rispettiamo una Chiesa cattolica, anche i Mapuche hanno diritto di vedere rispettati i loro luoghi sacri. Chiediamo solo il rispetto dei diritti ancestrali del popolo”.

In questa occasione i Mapuche si aspettavano un gesto del Pontefice a favore della machi (autorità spirituale mapuche) Francisca Linconao, nuovamente sotto processo insieme con altri 10 indigeni, dopo l’annullamento della sentenza di assoluzione dell’agosto scorso, per il caso dell’incendio alla residenza dell’imprenditore Werner Luchsinger, morto nel rogo nel 2013 insieme con la moglie Vivienne. Un caso di persecuzione politica imputabile alla legge antiterrorista, varata da Pinochet negli anni ’70 e tuttora in vigore, per colpire dirigenti e autorità ancestrali in lotta per la restituzione delle terre usurpate.

La machi Linconao aveva intenzione di consegnare al Papa una lettera accorata, da autorità spirituale ad autorità spirituale, perché intercedesse in suo favore. Ha tentato di consegnarla personalmente al Pontefice mentre le passava accanto con la sua papamobile, ma la polizia ha impedito qualsiasi avvicinamento. “Vorrei spiegargli tutto ciò che sta avvenendo qui”, aveva dichiarato la machi in un’intervista di qualche giorno prima, augurandosi un suo intervento a favore del popolo mapuche, “altrimenti cosa è venuto a fare?”.

Il portavoce del Consejo de Todas las Tierras Aucán Huilcaman prima della visita del Pontefice in un’intervista aveva dichiarato: ”Non sarà sufficiente che il Papa chieda perdono, come ha fatto Giovanni Paolo II nel 1987. I Mapuche vogliono un riconoscimento della responsabilità della Chiesa cattolica nel genocidio dei popoli originari portato avanti nel sud del Cile e dell’Argentina, la Wallmapu, il Paese Mapuche, terra fertile e generosa e, in quanto tale, bramata dai grandi capitalisti locali e stranieri. I popoli nativi si attendono un’iniziativa politica diretta al risarcimento delle vittime dell’occupazione del loro territorio”.

In Cile ci sono molti indigeni in carcere, vittime della famigerata legge antiterrorista, come il giovane Matías Catrileo Quezada, diventato il simbolo della lotta per il recupero delle terre usurpate, ucciso dalla polizia il 3 gennaio 2008 a Vilcún, durante una pacifica occupazione di un territorio rivendicato dalle comunità native. Un omicidio di cui i Mapuche hanno commemorato in questi giorni il decimo anniversario, ricordando tra le proteste, che il poliziotto assassino, Waler Ramírez, è stato condannato a soli 3 anni di pena da scontare in libertà vigilata.

Il lonko, capo mapuche, Alfredo Tralcal Coche e i fratelli Benito, Ariel e Pablo Trangol Galindo, arrestati un anno e 8 mesi fa con l’accusa di aver compiuto un attentato incendiario contro una chiesa evangelica a Padre Las Casas, nell’Araucanía, anche se non sono state apportate prove a loro carico, sono ancora in attesa di processo.

Neppure azioni estreme come lo sciopero della fame portato avanti dai detenuti mapuche per 118 giorni, o di 151 giorni nel caso di Ariel Trangol, che, dopo aver tentato il suicidio, ora si trova in un ospedale di Temuco in condizioni di salute assai critiche, hanno portato alcun cambiamento nella situazione tragica di questo popolo maltrattato, vessato da troppo tempo. Anche rappresentanti delle Nazioni Unite sono intervenuti a favore del popolo mapuche chiedendo al governo di non perseguitare i nativi con la legge contro il terrorismo.

di Patrizia Larese


 

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