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A Manbij iniziano le manovre per la Siria futura

Salvo Ardizzone on 4 marzo 2017 - 05:22 in Attualità, Primo Piano

A Manbij, la città 30 km ad ovest dell’Eufrate occupata dai Curdi controllati dagli Usa, si gioca in questi giorni una mano cruciale dell’aggrovigliata partita siriana e dei futuri equilibri della regione.

A Manbij iniziano le manovre per la Siria futura

Manbij è stata occupata dalle Fds, milizie egemonizzate dai Curdi delle Ypg (l’ala siriana del Pkk), con il crescente appoggio degli Usa che puntano su di esse per mantenere un’influenza nella regione. Il loro obiettivo era allargarsi a ridosso della frontiera turca a spese dell’Isis, fino a congiungere i cantoni del Rojava con quello di Afrin, nell’estremo occidente del Paese. Inaccettabile per Erdogan, che nell’agosto scorso ha lanciato l’Operazione Scudo dell’Eufrate, ufficialmente per combattere l’Isis, nella realtà per colpire i Curdi ed insediarsi nel nord della Siria.

L’Esercito turco, con un seguito di milizie assoldate (vedi il tanto citato Free Syrian Army), dopo una battaglia durata mesi che ha messo in mostra gli imbarazzanti limiti dei militari di Ankara e dei suoi alleati, si è finalmente impadronito di al-Bab strappandola ai Daesh e ha dichiarato di voler puntare su Raqqa; una scusa evidente per penetrare più profondamente in Siria e respingere i Curdi da Manbij.

Per tutta risposta, l’Esercito siriano e gli alleati, che da Aleppo erano giunti rapidamente alla periferia meridionale di al-Bab, si sono diretti a est, verso Manbij, travolgendo le resistenze dell’Isis e giungendo ai territori tenuti dai Curdi. Questi hanno immediatamente deciso di ritirarsi dinanzi ai siriani, cedendo un’ampia fascia di terreno che dà profondità ed estende verso nord, verso il confine turco, l’area occupata dai governativi.

La mossa obbedisce a due scopi evidenti: da un canto blocca le velleità di espansionismo turco nel nord della Siria, fermato dai reparti siriani; dall’altro crea una zona cuscinetto controllata dai governativi dinanzi a Manbij e agli altri territori tenuti dalle Fds.

A parte alcune scaramucce innescate dai miliziani al seguito dei Turchi, l’Esercito di Ankara non ha mostrato alcuna velleità di scontrarsi con i siriani e i loro alleati; né questi, al momento, intendono aprire ostilità aperte, stante l’equilibrio instaurato sotto l’egida di Mosca (e di Teheran). In questo modo la situazione pare congelata, con i Turchi fermi e i Curdi al sicuro dagli attacchi di Erdogan.

Ma è una situazione di stallo che non può durare a lungo e che porta comunque a pesanti conseguenze nel futuro: i Curdi restano a Manbij, ma con l’accordo coi Siriani, che comunque permette loro di ricongiungersi finalmente con l’isolato cantone di Afrin attraverso i territori controllati da Damasco, perdono ogni credibilità fra le milizie di “ribelli” che li affiancavano nelle Fds. D’altronde, dinanzi al pericolo turco, quello d’accordarsi coi Siriani (e, a quanto pare, di ridimensionare drasticamente le loro pretese di un’entità indipendente), resta l’unica scelta immediata.

I Turchi, dinanzi a Manbij vedono sfumare il vero obiettivo sia dell’Operazione Scudo dell’Eufrate che dell’intera politica siriana, e intravedono con orrore il permanere delle Ypg (ovvero del Pkk) ai loro confini; per questo pare stiano costruendo basi militari nei pressi di Azaz e di al-Bab, per attrezzarsi ad una lunga permanenza.

Gli Usa, nel frattempo, continuano a puntare sui Curdi, l’ultima pedina rimasta per aver voce in capitolo nell’area (è notizia recente la fornitura di circa 180 blindati leggeri e molte altre armi), e tenteranno in tutti i modi di far saltare ogni accordo con Damasco.

I Siriani, dal canto loro, hanno già detto più volte ufficialmente che considerano illegale la presenza turca nel proprio territorio e che non escludono un confronto militare per espellerli. D’altro canto, malgrado le molte vittorie, sanno che è ancora lunga la strada per la liberazione del Paese, e non hanno interesse a far scoppiare ora un conflitto aperto con Ankara.

L’Asse della Resistenza sta seguendo una precisa strategia: prima ha messo nell’angolo qaedisti e “ribelli”, adesso si sta rivolgendo contro l’Isis; quando i tempi saranno maturi, e non passerà molto, verranno al pettine i nodi con le potenze che hanno fatto di tutto per smembrare la Siria (Turchia, Usa, Arabia Saudita, Qatar, etc.), e con quegli attori che hanno cercato di approfittarne come i Curdi.

Russia ed Asse della Resistenza non hanno obiettivi coincidenti, perché Mosca ha il cuore dei suoi interessi altrove, ma Putin è troppo intelligente per non aver compreso che la partita mediorientale (che adesso si sta espandendo nel Nord Africa) lo ha posto al centro della scena internazionale, e ha troppo da guadagnare per spezzare un’alleanza preziosa che sta divenendo strategica dominando l’area.

Il dopo Isis (e dopo “ribellione”) è ormai cominciato in Siria dinanzi a Manbij: sarà un percorso lungo e tortuoso ma, piaccia o no, è già tracciato e sta portando a un nuovo Medio Oriente.

di Salvo Ardizzone

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