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Mali, cuore del gangster-terrorismo del Sahel

Salvo Ardizzone on 30 agosto 2017 - 11:20 in Africa, Primo Piano

L’inefficace azione governativa e internazionale ha permesso che il Mali divenisse il centro del network terroristico e criminale che avvolge ormai l’intero Sahel, ponendosi come modello transnazionale di controllo del territorio e dei traffici, che fonde attività puramente delinquenziali (che portano un fiume di denaro), terrorismo (che genera paura e potere per esercitare il controllo del territorio) e appoggio strumentale a ogni rivendicazione delle minoranze etniche nei confronti degli Stati dell’area, deboli realtà inefficienti quanto corrotte (che suscita il consenso delle popolazioni).

Dallo scoppio della guerra civile in Mali (2012), la simbiosi fra organizzazioni criminali, movimenti d’insorgenza e gruppi terroristici (che hanno assunto il controllo del network) è andata crescendo fino a divenire oggi totale; un fenomeno che ha in Mali le principali basi, ma che spazia ormai in tutta la regione, divenuto ormai l’interlocutore primario delle locali popolazioni come i Peul/Fulani, Tuareg, Sanghai, Arabi Konta, etc., al di là dei labili confini di Stati tali poco più che sulla carta.

Dal Fezzan al lago Ciad, e fino ai territori a ridosso delle coste atlantiche, è ormai un unico network a gestire e coordinare i redditizi traffici criminali, dietro il paravento del sostegno all’insorgenza etnica e con il marchio del terrorismo a fare da deterrente. Dinanzi a questo modello organizzativo, capace d’infiltrarsi e corrompere le fragilissime entità statali dell’area, avere il sostegno delle popolazioni grazie al denaro che assicura con le attività delinquenziali e di esercitare un forte controllo del territorio tramite la forza e l’intimidazione, le attività delle Forze Armate locali, in primis del Mali, si è rivelata inconcludente.

D’altronde, neanche la missione Onu per la stabilizzazione del Mali (Minusma) ha avuto miglior successo, discorso a parte andrebbe fatto per la missione francese Barkhane. L’operazione, dietro la motivazione ufficiale di lotta al terrorismo e stabilizzazione dell’area, tende essenzialmente alla tutela degli interessi di Parigi nel Sahel (esemplare il caso Areva e il suo sfruttamento delle miniere di uranio che garantiscono il carburante alle centrali nucleari transalpine).

Una finalità che si cura assai poco dell’effettiva pacificazione del territorio se le proprie attività rimangono indisturbate, e che osteggia ferocemente qualunque altra iniziativa che vede come un’ingerenza in un’area conisiderata propria (vedi l’operazione di polizia internazionale che l’Italia vorrebbe lanciare nell’area di concerto con la Germania ed altri Paesi Ue, per garantire i confini meridionali della Libia).

Ad aggravare un simile contesto, nel marzo scorso è sorto il Gsim o Nusrat, un cartello che, a emulazione di quelli sudamericani della droga (con cui ha peraltro intensi contatti), ha unito le maggiori organizzazioni terroristico-criminali dell’area: Ansar al-Din (Tuareg), al-Morabitun (guidata da Mokhtar Belmokhtar, il “Mister Marlboro” che controlla i peggiori traffici del Sahel), gli affiliati sahariani di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi), il Fronte di Liberazione del Macina etnie Peul/Fulani). A questi quattro si uniscono altri gruppi satelliti come Ansar al-Sharia in Libia e in Tunisia e le milizie tuareg del Fezzan.

Come detto, a somiglianza dei cartelli della droga, l’intento del Nusrat è di coordinare le attività criminali per massimizzarne gli utili ed espandere il controllo del territorio, sia attraverso azioni congiunte di deterrenza nei confronti delle entità statali ed internazionali, sia impedendo il sorgere di organizzazioni rivali (vedi il deciso contrasto allo sviluppo di network legati all’Isis ed il contenimento di gruppi che si rifanno ad esso come il Mujao).

Per tornare al Mali, che è il centro da cui si dirama il fenomeno criminale, il risultato di questa strategia è eclatante: il Nusrat gode del supporto manifesto di numerosi partiti ed ha dimostrato una crescente attività d’intimidazione finalizzata ad affermare la propria egemonia, con almeno 12 attacchi rilevanti condotti fra il marzo e il giugno 2017 rivolti essenzialmente contro le Forze Armate del Mali ed il Minusma. Attacchi che non hanno riguardato solo il nord del Paese come in passato, ma l’intero territorio, sconfinando nel Ciad e nel Burkina Faso a testimonianza di una strategia regionale tesa al controllo dell’area, e ad accreditarsi sul piano internazionale grazie alla grancassa dei media.

In realtà, parlare di stabilizzazione del Mali è un’utopia, come lo è riferendosi ai simulacri di Stati per lo più falliti che sorgono artificiosamente nel Sahel; un insieme ectoplasmi nati dal colonialismo francese con confini tracciati sulle carte da Parigi, che adesso vorrebbe continuare a sfruttarne le risorse.

È semplicemente patetica, quanto velleitaria, l’iniziativa caldeggiata da Macron per mantenere il controllo della regione attraverso il G5 Sahel, composto da Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad, con la creazione di una task force congiunta finanziata dalla Ue; un’operazione che vorrebbe demandare a entità locali (tranne che nel caso del Ciad assolutamente labili) il mantenimento dell’influenza francese a spese dell’Europa, con l’intenzione di espanderla alla vicina Libia.

Anche se il Sahel è assai lontano dall’attenzione dell’opinione pubblica occidentale, che in vasta parte non sa neppure dove sia, la completa destabilizzazione di quell’area ha (ed avrà sempre di più) enormi riflessi sia sui flussi migratori che sulla instabilità e la sicurezza della sponda sud del Mediterraneo. E d’altronde, le pratiche predatorie messe in atto con spregiudicato cinismo da Governi e multinazionali, soprattutto francesi (e cinesi), impedisce qualunque tentativo di stabilizzazione di un’area sempre più appannaggio di bande criminali, che dietro il marchio del terrorismo fanno i propri business lucrosi.

Con buona pace di un Occidente sempre più chiuso in se stesso, ed incapace di comprendere le dinamiche che muovono il mondo.

di Salvo Ardizzone

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