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Macron nazionalizza i cantieri Saint Nazaire: schiaffo all’Italia

Salvo Ardizzone on 29 luglio 2017 - 04:31 in Europa, Primo Piano

Il presidente francese Macron nazionalizza i cantieri francesi Saint Nazaire; è un deliberato schiaffo all’Italia, l’ennesimo dopo la posizione assunta sui migranti e l’entrata a gamba tesa nella crisi libica con la conferenza di Parigi fra Al-Serraj ed Haftar, da cui Roma è stata esclusa. A dare la notizia è stato il ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire.

Per comprendere la portata della vicenda occorre fare un passo indietro: i cantieri Saint Nazaire erano stati acquistati dai coreani della Stx, che invece di rilanciarli li avevano condotti al fallimento. Su espressa sollecitazione del Governo francese (allora c’era Hollande), Fincantieri se li era aggiudicati nell’asta del Tribunale di Seul, rilevando le attività di Stx France (appunto i cantieri francesi), arrivandone a controllare il 66,66% delle azioni, con il 34,34% rimaste in mano dello Stato francese.

Nella sostanza era un affare per tutti: gli accordi presi garantivano i livelli occupazionali in Francia, salvando i cantieri dal fallimento e assicurandone il futuro sviluppo industriale, ma soprattutto garantivano pure il know-how francese in una prospettiva comunque pienamente europea (a differenza di prima). Per Fincantieri si trattava di un investimento prezioso, che l’avrebbe ulteriormente consolidata facendone un colosso capace di competere con i giganti sudcoreani della cantieristica, che tuttavia non possiedono il medesimo livello tecnologico degli italiani.

A conferire ulteriore valore all’operazione, c’è il fatto che la quota del mercato mondiale di riferimento per il futuro gruppo sarebbe passata dal 38 al 55%, con l’unione sinergica di due eccellenze tecnologiche e la possibilità di sfruttare finalmente appieno il bacino di carenaggio più lungo d’Europa (oltre 900 metri). Un’operazione perfetta che avrebbe unito due portafogli ordini fra essi bilanciati, e che avrebbe esponenzialmente allargato le prospettive future sia nelle realizzazioni civili che militari.

Adesso Macron nazionalizza i cantieri, facendo schiantare l’operazione sul riflesso condizionato dell’establishment francese di cui il Presidente è l’espressione, che vede qualunque intervento esterno come un’insopportabile invasione; un affronto se proviene da un altro Paese europeo, peggio che peggio se dall’Italia. Gli esempi precedenti non mancano, basti per tutti l’opposizione all’acquisto di Suez da parte dell’Enel di 11 anni fa.

Ma più ancora che un preconcetto, che c’è senz’altro, eccome, lo schiaffo all’Italia, anzi, gli schiaffi ripetuti, hanno una motivazione politica: Macron ha fatto campagna elettorale in quei cantieri, lanciandosi in rassicurazioni che non poteva dare perché incalzato dal populismo della Le Pen. Adesso, il crollo nel gradimento presso l’elettorato ad appena un mese dall’insediamento, lo spinge a rinverdire i fasti di una “Grandeur” nel Mediterraneo e in Africa, anche se sa bene che non può reggerla; ma nel compiere gesti ad effetto cerca comunque di lasciarsi una via di ritirata.

Macron nazionalizza i cantieri, ma è cosciente che non li strapperebbe al fallimento, come sa pure che l’indispensabile appoggio di Berlino per far digerire l’operazione a Bruxelles non è scontato, perché se la Merkel tiene molto all’asse con Parigi, nell’attuale situazione non le conviene mettere l’Italia nei pasticci e men che meno per avallare politiche che suonano come una bestemmia alle orecchie tedesche.

Per questo il ministro Bruno La Maire, nell’annunciare che Macron nazionalizza ha usato l’inusuale parola “temporaneamente”, e sempre per questo martedì volerà a Roma per incontrare i ministri Padoan e Calenda, malgrado (o forse proprio per questo) essi abbiano accolto l’annuncio con parole durissime. Insomma, dopo aver fatto la faccia feroce ad uso dei sondaggi in declino, Macron nazionalizza ma cerca una via d’uscita da una vicenda che per lui può tradursi in un clamoroso autogol. E che questa sia l’intenzione è confermato dalle tante indiscrezioni volutamente lasciate filtrare dall’Eliseo.

Comunque andrà la vicenda, che con tutta probabilità finirà in un accordo (conviene a tutti), in un Paese normale essa sarebbe l’occasione per innescare una riflessione su come tutelare le aziende strategiche del Sistema Paese. Lasciando da parte le isterie di chi propone protezionismi anacronistici quanto insostenibili, è pur sempre un fatto che il controllo di talune aziende sia realmente strategico per uno Stato, e che sia inconcepibile vederselo sfilare nell’indifferenza (basti l’esempio Telecom per tutti).

In un Paese normale, dovrebbe essere ben chiaro ciò che è essenziale per il proprio Sistema e tutelarlo, garantendo ad esso quelle risorse e garanzie perché possa svolgere appieno la propria funzione. Ma abbiamo detto un Paese normale; l’Italia, come infinite volte dimostrato, non lo è.

di Salvo Ardizzone

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