L’ombra dei talebani sulle elezioni afghane

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Un voto all’ombra della minaccia dei Talebani, con ripetuti inviti a boicottare le urne promossi dai “barbuti” al potere in Afghanistan dal 1996 al 2001. Quelle a cui il popolo afghano è stato chiamato a votare il 20-21 ottobre, sono le terze elezioni che si tengono dopo la caduta dei Talebani, avvenuta il 17 dicembre 2001, quando le forze statunitensi risultarono vittoriose a Tora Bora, nella inospitale provincia di Nangarahr. Una vittoria presunta che non ha estirpato la presenza degli “studenti coranici” afghani, inizialmente influenzati dall’ideologia deobandi, sviluppatasi attorno alla leggendaria moschea Darul Uloom di Deoband, nello Stato indiano dell’Uttar Pradesh, fucina del radicalismo esportato nei confinanti Pakistan e Afghanistan. Da quell’anno, la presenza talebana si è palesata attraverso azioni di bassa intensità, non convenzionali, le quali si inseriscono nel più ampio contesto di una insurrezione contro il governo centrale, tesa a riappropriarsi di un’influenza in parte perduta.

talebaniLe elezioni, atte a rinnovare la Wolesi Jirga, ovvero la camera bassa del Parlamento afghano, composta da 250 membri, tra i quali 68 donne, 10 individui di etnia nomade kuchi e un hindu o sikh, più volte ritardate nel corso degli anni (si sarebbero dovute, infatti, tenere ad ottobre 2016 e a luglio 2018), hanno visto scontrarsi le tre forze politiche maggiori: il Jamiat-e-Islam di Salahuddin Rabbani, figlio di Burhanuddin, presidente del Paese dal 1992 al 2001, il Partito popolare dell’Unità Islamica di Mohammed Mohaqiq e il Movimento Nazionale Islamico di Abdul Rashid Dostum. Ancora incerti gli esiti.

I votanti sono stati quattro milioni, recatisi presso i cinquemila seggi dislocati in tutto il Paese, fatta eccezione per la provincia di Kandahar, culla della violenza talebana, scenario, il 18 ottobre, di un attacco ideato per uccidere Austin Scott Miller, comandante statunitense della Nato, uscitone illeso, a scapito di Abdul Momin, capo della polizia della regione, del generale Abdul Raziq e di un cameramen della tv afghana “Rta”, tutti morti nel sanguinoso attentato. Una scia di sangue di cui la strage di Kandahar rappresenta solo il culmine: sono 10, infatti, i candidati brutalmente uccisi a partire dal luglio scorso.

Un silenzioso massacro, perpetuatosi anche fuori dai seggi, durante le operazioni di voto. Il Ministro degli Interni Wais Barmak ha parlato di “192 incidenti rilevanti” verificatesi nei giorni scorsi nelle 34 province del Paese. A Kabul, presso un seggio elettorale nel nord della città, un uomo si è fatto esplodere, uccidendo 15 persone. Il bilancio provvisorio, che richiama alla mente i bollettini di guerra, è di 67 morti e centinaia di feriti, nonostante il massiccio dispiegamento di forze e il divieto, imposto dalla autorità a veicoli e moto in grado di trasportare ordigni ed esplosivi, di circolare per le strade principali.

Il presidente Ashraf Ghani, in carica dal 2014, immortalato dai giornalisti nell’intento di intingere il dito indice nell’inchiostro del calamaio, marchio apposto al fine di evitare possibili brogli elettorali, ha parlato alla popolazione, in veste di cittadino, invitando “ogni donna e uomo afghano ad esercitare il proprio diritto di voto”.

Proprio queste elezioni, festa della democrazia bagnata dal sangue dei numerosi attentati di matrice talebana, e indice, allo stesso tempo, di una nuova e coraggiosa partecipazione politica del popolo afghano, sono il banco di prova in vista delle prossime presidenziali, in programma per il 20 aprile 2019.

di Vanni Rosini

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