L’incerta politica Usa nel ‘focolaio Sinai’

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di Irene Masala

Il Sinai è sulla buona strada per diventare l’ennesima roccaforte degli uomini dello Stato Islamco. Dopo le sconfitte in Siria e la nascita del governo di unità nazionale in Libia, primo passo verso un possibile intervento armato di una coalizione internazionale, ogni postazione conquistata dai militanti del sedicente Stato Islamico assume una rilevante importanza strategica. La rivolta popolare sorta nel Sinai in seguito al golpe contro Mohammed Morsi, presidente eletto dopo la deposizione di Hosni Mubarak sull’ondata post “primavere arabe”, è stata la base su cui si è costruito l’appoggio popolare della penisola all’Isis. Morsi, rappresentante della Fratellanza Mussulmana, era il collante sociale tra tutti i vari gruppi estremisti egiziani. Con l’ascesa al potere di Abdel Fattah al Sisi, questo equilibrio è drasticamente venuto meno e due anni fa la penisola del Sinai è diventata ufficialmente una provincia dello Stato Islamico (Wilayat Sinai). Da quel momento in poi si sono intensificati gli attacchi contro aree turistiche e diversi obiettivi occidentali nell’intero Paese, fino ad arrivare all’abbattimento dell’aereo della compagnia russa Metrojet, lo scorso 31 ottobre, costato la vita a 224 persone e rivendicato dagli uomini di Isis.

Rispetto ad altre postazioni conquistate dai militanti, quella del Sinai ha assunto particolare importanza grazie alla sua posizione estremamente strategica per la vicinanza con l’Arabia Saudita, con il Golfo di Suez e, ultimo ma non meno importante, con Israele. Inoltre, le forze combattenti del Sinai hanno raggiunto un grado di forza e organizzazione tale da destare anche le preoccupazioni della comunità internazionale, tanto che gli Stati Uniti stanno valutando l’ipotesi di un ridimensionamentoAP82031703631377199571 (1) delle unità dispiegate sul campo, con il potenziale ritiro dei circa 700 soldati che compongono la Task Force Sinai in supporto al Multinational Force and Observer (MFO). Questa mossa da parte di Washington sarebbe diretta conseguenza dell’ultimo attacco del’8 aprile in cui sono morte 7 persone, di cui 5 militari, un ufficiale e un civile, e sarebbero rimasti feriti altri 10 soldati. L’attentato è stato organizzato con l’intenzione di colpire il convoglio militare grazie all’innesco di due o quattro ordigni lungo l’autostrada che passa per Sheikh Zuweid e su una delle strade che portano a Rafah, nel Sinai Settentrionale.

Secondo il Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti non si tratterebbe di un reale disimpegno ma di una cambiamento di strategia: un minor impiego di uomini a fronte di un maggior monitoraggio tecnologico grazie a strutture di controllo a distanza. “Non penso che nessuno abbia mai parlato di un completo ritiro delle nostre truppe. Piuttosto stiamo rivedendo il numero dei soldati sul territorio e valutando le condizioni per poter far svolgere alcune funzioni attraverso il monitoraggio a distanza di strutture tecnologiche”, questo quanto dichiarato all’agenzia Reuters dal portavoce del Pentagono Jeff Davis.

Tuttavia le parole di Davis non fanno dormire sogni tranquilli né ad Al Sisi né, tantomeno, a Netanyahu in quanto il MFO esiste proprio con l’obiettivo di monitorare la smilitarizzazione del Sinai, in seguito all’accordo di pace tra Egitto e Israele risalente al 1979. Da ricordare che la Multinational Force era già stata presa di mira dalle forze del Califfato nel settembre 2015, quando sei caschi blu delle Nazioni Unite rimasero feriti durante un attacco.

La decisione della Casa Bianca assumerebbe così una valenza del tutto politica nei confronti degli attori in campo, in particolare nei confronti di Israele, il più longevo alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente. Da questo punto di vista, un eventuale ritiro delle truppe dal Sinai rappresenterebbe solo l’ultimo tassello di un mosaico che vede raffreddarsi, giorno dopo giorno, i rapporti tra questi due storici alleati che oggi sembrano quasi non riconoscersi. Non resta che aspettare l’esito delle elezioni presidenziali americane per capire in che direzione andrà la politica Usa in Medio Oriente e, con essa, il Medio Oriente stesso.

 

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