L’imperialismo francese nel Sahel

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di Salvo Ardizzone

La Francia ha da sempre puntato sul nucleare per la produzione di energia; secondo molti report, i suoi 58 reattori in attività producono la larga maggioranza del fabbisogno energetico del Paese (secondo alcuni fino al 74%). Attraverso il suo braccio operativo, Areva, un colosso dell’energia dell’atomo di cui ha il completo controllo, gestisce l’intera filiera: l’approvvigionamento della materia prima (l’uranio), la costruzione e gestione delle centrali, la distribuzione dell’energia prodotta, perfino lo stoccaggio delle scorie.
Il motivo di questa scelta ha radici antiche: Parigi aveva esteso il suo antico impero coloniale sulla fascia di Paesi aridi e inospitali del Sahel, per i quali aveva investito assai poco, fin quando non s’accorse che sotto quelle pietraie quasi sterili c’erano ingenti giacimenti minerari, e c’era soprattutto l’uranio, che avrebbe sostituito il petrolio e il gas che le erano sfuggiti con l’indipendenza dell’Algeria. Per questo il controllo di quelle miniere è sempre stato considerato di massimo interesse nazionale, e condiziona pesantemente la politica estera francese.

I siti estrattivi più importanti sono a Bokouma nella Repubblica Centroafricana, ma soprattutto ad Arlit e Akokan in Niger, che da sole producono almeno un terzo del fabbisogno francese. Laggiù Areva sfrutta i giacimenti tramite due controllate, la Somair e la Cominak, di cui il governo nigerino ha alcune quote; ma c’è una terza miniera che presto sarà messa in funzione, a Imouraren a sud di Arlit, e sarà la più grande dell’Africa; a regime produrrà 5mila tonnellate di uranio all’anno, facendo del Niger il secondo produttore al mondo.
Per decenni le cose sono andate avanti in sostanziale tranquillità; certo, più d’una volta Parigi ha dovuto mandare nell’area paras e legionari a tutelare i propri interessi (vedi l’operazione Barracuda per destituire Bokassa in Centroafrica o le operazioni Manta e Sparviero in Ciad negli anni ’80 per respingere Gheddafi nel deserto), ma poi le cose tornavano come prima. Areva (cioè la Francia) in quegli Stati agiva come in casa propria, estraendo uranio e pagandolo il minimo, pareggiando il conto con le mazzette ai potenti locali; per le popolazioni nulla di nulla, se un minimo di lavoro massacrante e ad alto rischio (il più veniva e viene svolto da maestranze specializzate francesi) retribuito abbastanza poco.

Sennonché, da alcuni anni, sono intervenuti due fattori che hanno rimesso in discussione l’egemonia di Parigi nel Sahel, e con lei le forniture di uranio a basso prezzo. Il primo è la progressiva destabilizzazione di tutta l’area: come abbiamo detto varie volte, si tratta di una fascia di Paesi poverissimi, con Stati deboli quando non sulla via del fallimento, minati da bande criminali e da gruppi jihadisti sempre più agguerriti. L’assoluta incapacità delle leadership locali di dare la minima risposta, sia alle più elementari esigenze delle popolazioni, sia alla domanda di sicurezza dinanzi all’offensiva delle varie milizie, minaccia di farli collassare aprendo la porta al caos più assoluto. In un quadro così fragile, il crollo di uno di essi determinerebbe un immediato effetto domino sugli altri, e ciò costringe la Francia a sempre più frequenti interventi di stabilizzazione e al mantenimento di costose missioni militari: Epervier in Ciad, Liocorne in Costa d’Avorio, Serval in Mali, Boalì prima e ora Sangaris in Centroafrica.

A questo impegno sempre più gravoso, soprattutto in un contesto di crisi che costringe al ridimensionamento delle spese militari, s’aggiunge il secondo fattore costituito dal sopraggiungere nell’area di altri soggetti in cerca di materie prime, specialmente di uranio: India, Corea e soprattutto Cina. Quest’ultima ha in programma la realizzazione di dieci mega impianti nucleari per le sue crescenti esigenze energetiche, e ha la necessità di solidi canali d’approvvigionamento; a tal fine, malgrado le pressioni francesi, ha ottenuto dal governo nigerino i permessi per lo sfruttamento del giacimento di Azilik, nel centro del Paese. La presenza di questa fortissima concorrenza ha ridimensionato notevolmente il potere contrattuale di Parigi, costringendo Areva a cedere parecchio in occasione del rinnovo delle concessioni di Arlit e Akokan: aumento dal 5,5 al 12% delle tasse sull’estrazione, maggiorazione delle quote dei ricavi estrattivi riservati al Niger, massiccia ristrutturazione (a spese di Areva) delle infrastrutture minerarie e della strada che collega le miniere al porto di Cotonou, in Benin, lo sbocco per la commercializzazione dell’uranio.

Il notevole aumento dei costi d’estrazione si salda al crollo del prezzo dell’uranio, passato dai 140 $ al Kg di cinque anni fa ai 70 odierni, a seguito del disastro di Fukushima, rendendo problematico il conto economico della gestione mineraria di Areva; se a questo s’aggiunge il peso sempre più proibitivo degli interventi di Parigi nell’area, per la Francia il problema s’avvia a divenire sempre più insostenibile.
D’altronde, è il quadro nel Sahel ad essere in rapido deterioramento: nel Mali l’insorgenza, già bloccata dalla missione Serval, ora sta riprendendo fiato, mentre nel nord del Niger si sono installate numerose bande jihadiste, soprattutto dopo che l’intervento dei paras nel vicino Mali le aveva spinte in aree più tranquille; inoltre, l’attivismo di Parigi ha reso gli obiettivi francesi privilegiati agli occhi della galassia del terrorismo fondamentalista e delle tribù tuareg, tradizionali nemiche dei governi centrali dell’area (come appunto in Mali). Nel sud, è in corso da tempo la penetrazione di Boko Haram, soprattutto nelle aree più povere e intorno al lago Ciad, ove ha stabilito le sue retrovie, ed ha iniziato a creare strutture para-statali di controllo del territorio, in vista dell’espansione della sua area d’insorgenza. In Centroafrica la missione Sangaris, se è riuscita a mettere in sicurezza i giacimenti di Bakouma, può fare poco per fermare la mattanza che ormai dilaga nel Paese fra le milizie cristiane (le anti-balaka) e le varie fazioni di Seleka, sotto gli occhi della Misca, ennesima missione dell’Unione Africana poco più che impotente.

Parigi deve mantenere il controllo dell’area, ma non può più permettersene il costo, così sta provando a puntare su attori locali, principalmente sul Ciad e il suo presidente Deby; in Mali e in Centroafrica ha già usato con successo la Guardia Presidenziale che ha addestrato e in buona parte armato. In fondo è una coincidenza d’interessi perché Deby, forte dell’appoggio francese, intende espandere l’influenza della propria etnia Zaghawa. Già si vedono i primi risultati: a parte il coinvolgimento nel pantano centrafricano, è in Darfur che N’jadema vuole spingersi, alleandosi ai Janjawid di Mussa Hilal (suocero di Deby) a spese di Khartoum, facendo un favore grosso a Parigi, che in un colpo solo centra tre obiettivi: bloccare l’ennesimo focolaio d’instabilità di quella regione, che minaccia di trasmettersi alle altre; estendere l’influenza di Parigi sul Sudan e soprattutto sul Sud Sudan e il suo petrolio, ma soprattutto stoppare i concorrenti cinesi, che da là, ove sono da tempo installati, intendono irradiarsi in tutta l’area.

Come si vede, è tutto e solo un gioco per Parigi, che non può permettersi d’allentare la presa sui Paesi del Sahel, e muove capi di Stato e nazioni come pedine in nome dell’uranio, ma anche di petrolio e altre ricchezze. I Popoli in tutto questo non contano; guerre, massacri, carestie e stupri, come ogni altro tipo di violenza fanno parte del gioco fatto sulla pelle di popolazioni aizzate le une contro le altre; è l’antico e sempre attuale gioco dell’imperialismo.

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