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Libano: le dimissioni di Hariri non accendono tensioni

Salvo Ardizzone on 8 novembre 2017 - 05:10 in Medio Oriente, Primo Piano

Le dimissioni improvvise del premier Saad Hariri non hanno fatto salire la tensione in Libano, né potevano farlo; il discorso televisivo che il Segretario Generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, ha tenuto domenica scorsa, ha chiarito la situazione in tempo reale: l’annuncio improvviso dell’abbandono del Premier non si innesta su alcuna frizione politica né confessionale, tantomeno è frutto di tensioni latenti sul punto di scoppiare, al contrario.

Dopo una lunga storia travagliata, il Libano è e continua ad essere il territorio più sicuro e stabile del Medio Oriente, perché ha trovato finalmente un equilibrio malgrado la situazione difficile che vive. A Beirut, come nel resto del Paese, nessun attore di peso ha intenzione, e neppure l’interesse, di scatenare una crisi di cui non esistono i presupposti.

Intendiamoci, il Paese ha forti difficoltà economiche e soffre per la massa di profughi siriani che, negli ultimi anni, si sono aggiunti ai tantissimi palestinesi che da tempo immemorabile vi hanno trovato rifugio; una situazione oggettivamente esplosiva che l’Arabia Saudita ed altri attori hanno cercato a lungo di sfruttare per destabilizzare Paese, in un’ennesima riedizione dei tentativi ormai falliti in Siria ed Iraq.

Tuttavia, malgrado le tensioni regionali, le pressioni socio-economiche e le cellule terroristiche che vi sono state introdotte, i numerosi tentativi sono definitivamente falliti da tempo; il motivo di una ritrovata stabilità di una società variegata e multiconfessionale, è insito nel crescente peso della Resistenza divenuta un fattore di stabilizzazione, capace di cercare e trovare soluzioni che coinvolgano l’intera società pur nella consapevolezza delle difficoltà esistenti.

In questo modo il Libano è divenuto progressivamente un’isola ragionevolmente sicura in un’area travagliata; ovviamente potranno esserci ancora episodi di violenza o incidenti, ma in ogni caso circoscritti perché non possono dare esca a crisi di sistema di cui non esistono più i presupposti.

L’elezione di Michel Aoun alla Presidenza, avvenuta nell’ottobre del 2016 dopo un lunghissimo braccio di ferro fra le varie componenti, ha segnato il punto di svolta definitivo con cui i vari attori presenti a Beirut hanno preso atto dei nuovi equilibri instauratisi in Medio Oriente, e stabilizzato definitivamente il Libano.

La nomina di Saad Hariri a Primo Ministro, notoriamente uomo dell’Arabia Saudita, aveva voluto coinvolgere nel Governo una componente sunnita che ha sempre guardato al Golfo, ma inserita in un contesto che la mantenesse necessariamente all’interno degli interessi del Paese. È questo il punto vero della questione.

Riyadh si è resa conto di non poter più condizionare il Libano, né di poter sperare di farlo in futuro; falliti i ripetuti tentativi di destabilizzazione attraverso il terrorismo, e visti ormai vani quelli politici, ha ora tentato di far saltare il tavolo costringendo Hariri a dimettersi nel tentativo di innescare una crisi politica. Ma è un tentativo sterile, che dimostra l’impotenza e la debolezza dell’Arabia Saudita che brucia le sue ultime pedine all’insegna del tanto peggio tanto meglio.

Una strategia destinata comunque a cadere nel vuoto, come detto chiaramente da Sayyed Hassan Nasrallah, perché non può trovare alcun aggancio in una società che, pur fra molte criticità dovute alla situazione, ha comunque trovato un suo equilibrio.

Piaccia o no ai tanti media che evocano scenari da guerra civile senza conoscere il Libano e seguendo solo i media sauditi, la Resistenza si è radicata nel Paese e fra il suo Popolo, sconfiggendo i tentativi d’infiltrazione terroristica e le manovre delle potenze straniere.

di Salvatore Ardizzone

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