Geopolitica: l’esemplare uso strategico che la Russia ha fatto dello strumento militare

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di Salvo Ardizzone

Il 2015 ha segnato il ritorno di Mosca sulla scena internazionale, proprio quando Washington pensava di averla soffocata entro i suoi confini con le sanzioni. Dando prova di una reattività immediata, Putin ha abilmente approfittato di ogni opportunità per affermarsi player globale, calando la carta della propria potenza militare, proprio quella che era vista con superficiale sufficienza dagli osservatori occidentali, rimasti fermi nei propri pregiudizi agli anni bui successivi al crollo dell’Urss.

È vero, nel periodo successivo all’implosione dell’Unione Sovietica le Forze Armate russe erano precipitate in una crisi profonda che aveva fatto di navi, carri e aerei un ammasso di ferraglie obsolete prive di manutenzione, e dei soldati poco più di una massa allo sbando.

Ma comprendendo l’importanza di uno strumento militare capace di tutelare e garantire gli interessi nazionali, più che necessario dinanzi allo straripare della Nato lanciata sempre più a Est, ed alle sfide di un mondo che si delineava multipolare, Putin ha avviato da anni una serie di radicali riforme supportate da massicci investimenti, di cui ora si vedono gli effetti.

Attenzione: il processo non è breve ed è tutt’altro che compiuto; secondo i programmi del Cremlino l’ammodernamento dovrebbe realizzarsi entro il 2020, data che probabilmente subirà uno slittamento a causa dei vistosi problemi di bilancio conseguenti alle sanzioni e, soprattutto, al crollo del prezzo del petrolio. Al momento, Esercito, Marina ed Aviazione sono in una fase di transizione, con alcuni reparti già al top e altri di scarsa o nulla capacità operativa.

Ciò malgrado, ciò che ha stupito gli osservatori occidentali, è stata l’abilità e il grado di sofisticazione di cui ha dato mostra il complesso militare russo. Lasciamo da parte l’avvisaglia che si è avuta nel 2014, quando è stato in grado di reagire con tempestività alla crisi ucraina occupando la Crimea e fronteggiando Kiev; a muoversi sono stati contingenti limitati dell’Esercito, e sono bastati pochi Btg (Battalion Tactical Group, ovvero gruppi di combattimento a livello di battaglione) per sbaragliare lo scalcinato Esercito ucraino e le milizie nazionaliste al seguito; e d’altronde non sono mancate inefficienze e carenze addestrative.

È stato il 2015 a mostrare al mondo che la Russia è tornata, compiendo un salto di qualità militare sorprendente: con l’intervento in Siria ha dimostrato di poter proiettare, in breve tempo e a considerevole distanza, un ragguardevole contingente aeronavale capace di condurre operazioni intense, efficaci e prolungate; di condurre missioni di bombardamento a lunghe distanze, sia con voli di bombardieri strategici, sia, e questa è stata una sorpresa in assoluto, con missili cruise lanciati da unità di superficie e da sottomarini; di avere capacità logistiche insospettate, alimentando la campagna militare sia del proprio contingente che dell’alleato siriano. In più, non solo ha dimostrato l’alto livello d’addestramento dei propri reparti impiegati, ma ha sfoggiato sulla vetrina internazionale una serie di sistemi d’arma di ultima generazione.

Ma il suo attivismo non s’è fermato a questo: per la prima volta le Marine russe e cinesi hanno condotto esercitazioni navali congiunte nel Mediterraneo e l’industria militare di Mosca ha collezionato una serie impressionante di contratti di forniture di sistemi avanzati a potenze come la Cina (i Sukhoi Su-35) e l’Iran (gli S-300 di ultima versione).

D’altronde, il Cremlino sa bene che quello militare è uno strumento essenziale per esercitare influenza sugli alleati, dissuadere gli ostili ed esercitare pressioni sui titubanti al fine di allargare e tutelare la propria sfera geopolitica e segnalare le proprie aree d’interesse.

In questa ottica ha creato una coalizione con Teheran, Baghdad e Damasco contro il terrorismo, divenendo attore di prima grandezza dell’area e occupando lo spazio politico che vi aveva Washington; ed ha consolidato questo ruolo ritrovato fornendo armi ed elicotteri avanzati (i Ka-52) all’Egitto e stringendo accordi con la Giordania (e perfino con Israele) per evitare “incidenti” nell’azione delle sue Forze Armate.

Ha sfruttato gli attentati di Parigi del 13 novembre per proporsi come partner credibile nella lotta al terrorismo, divenendo alleato della Francia e inserendo un cuneo nella Nato e nella Ue, fra chi lo vuole emarginato e chi al proprio fianco.

Forte del credito acquisito, si è immediatamente proposto come mediatore nella crisi innescata dall’Arabia Saudita verso Teheran, scalzando ulteriormente il tradizionale ruolo di Washington.

Ha offerto sostegno all’Afghanistan (anche materiale) nella guerra contro i talebani, reinserendosi così nel gioco dell’Asia Centrale, fondamentale per la sicurezza delle sue terre orientali e per i rapporti con la Cina e i suoi programmi (Nuova Via della Seta, progetti infrastrutturali ed energetici, etc.).

Con Pechino si è posto non solo come venditore di energia (storico il contratto sul gas del 2014), ma come partner strategico in funzione di contrapposizione agli Usa e come fornitore di sistemi d’arma sofisticati e di know-how militare.

Da ultimo, ma non per importanza, ha affermato il suo interesse strategico sull’artico e sulle sue immense risorse, costellandolo di basi militari per contrapporle agli appetiti Usa. Come pure ha fatto nelle Curili (a un passo dal Giappone che le rivendica) e che userà come moneta di scambio per aprire quel mercato alle sue forniture di petrolio e gas dalla Siberia.

Come si vede, Putin ha reagito all’offensiva di Washington con indiscussa prontezza e abilità, usando in modo efficace e spregiudicato lo strumento militare, ponendolo al servizio di un disegno strategico lucido e coerente, a tutela degli interessi del proprio Paese.

È esattamente quello a cui dovrebbe servire, ed è esattamente l’opposto di ciò che fa l’Europa (ad eccezioni di talune discutibili iniziative francesi, soprattutto in terra d’Africa, per esercitare il proprio imperialismo) sistematicamente succube di Washington, per non parlare della patetica sudditanza italiana. Già, meglio non parlarne.

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