L’Egitto inonda i tunnel di Gaza e Israele si compiace

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egypt army tunnelsdi Irene Masala

Il sole torna a splendere sulle relazioni tra Egitto e Israele e il prezzo della riappacificazione lo paga Gaza. Da anni ormai la finta quiete che regna a Gaza, tra un attacco israeliano e una risposta missilistica di Hamas, è foriera di cattive notizie. Questa volta, lo scontro di bassa intensità si combatte a suon di sabbia e acqua di mare. Da una parte Hamas impegnato nella costruzione di nuove vie di collegamento tra la Striscia di Gaza e il mondo (i tunnel), ovvero il nord del Sinai. Dall’altra le forze armate egiziane, anch’esse che scavano per individuare i tunnel della disperazione ed eliminarli, allagandoli con acqua di mare. Nel solo mese di gennaio le vittime sono state sette, tutte palestinesi. Tutte annegate nel silenzio.

“Le inondazioni stanno causando un disastro ambientale con potenziali conseguenze umanitarie disastrose”, ha denunciato Na’im Al-Ghoul, comandante del Servizio palestinese di Sicurezza nazionale a Gaza, che conclude: “L’acqua di mare sta alterando le falde di acqua dolce di Gaza”.

I primi giorni di dicembre, il ministro israeliano per le Infrastrutture Yuval Steinitz ha rivelato alcuni dettagli sulla stretta collaborazione tra Israele ed Egitto, indisponendo gli alti ranghi militari che considerano questo tipo di informazioni estremamente top secret. Secondo il ministro, la collaborazione tra i due paesi è “migliore che mai” da quando ha preso il potere ‘Abdelfattah Al-Sisi, tanto che l’allagamento dei tunnel da parte egiziana è stato portato avanti su espressa richiesta dei vertici israeliani.

Il certosino lavoro di inondazione dei tunnel di Gaza da parte delle autorità egiziane è iniziato lo scorso settembre e da allora la capacità della Striscia di Gaza di fronteggiare l’assedio israeliano è stata dimezzata. I tunnel infatti, oltre che via di rifornimento di armi alla resistenza palestinese, rappresentano una vera e propria àncora di salvezza per la popolazione di Gaza.

Qualche settimana fa, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha sottolineato come Israele ed Egitto si trovino nella stessa trincea a combattere contro il ‘terrorismo’. E in questa ‘lotta al terrorismo’ sono stati associati militanti di Hamas agli uomini di Isis che minacciano la stabilità del Sinai.

Con il valico di Rafah chiuso, le modalità di ingresso e uscita sono costituite dai valichi israeliani: quello di Erez a nord della Striscia, nel quale transitano quotidianamente circa 1500 persone, e quello di Kerem Shalom, unico ingresso per le merci, i generi alimentari, il vestiario e i materiali per la ricostruzione delle abitazioni destinati a Gaza. Kerem Shalom è, inoltre, quasi sempre chiuso dall’ottobre del 2014, quando oltre 30 soldati israeliani hanno perso la vita in un attacco sferrato da cellule terroristiche del Sinai.

Stando alle parole di Ami Shakid, direttore del valico di frontiera intervistato dall’Huffington Post, “fino a settembre 2013, questo lavoro era metà nostro e metà egiziano: il 50% dei camion arrivava dall’Egitto, l’altra metà da Israele. Poi Al-Sisi ha deciso di chiudere questo valico facendo di Hamas il nemico giurato. Adesso noi facciamo entrare il 100% delle merci”.

Così Al-Sisi si è trasformato in una vera e propria opportunità per Israele. Una doppia opportunità: mentre da una parte riceve man forte per intensificare l’assedio su Gaza, dall’altra può fidelizzare i rapporti con un partner come l’Egitto che, nel breve periodo, imporrà la sua potenza energetica sul Mediterraneo.

L’alleanza con Al-Sisi è fondata inoltre su un potente collante: il nemico del mio nemico è mio amico. Israele ed Egitto trovano in Hamas quel nemico comune su cui costruire accordi e intese. Anche l’opinione pubblica israeliana ha accolto con favore questo avvicinamento con Il Cairo sulla base di una comune strategia sulla sicurezza.

È solo in Egitto che il ritrovato legame non viene pubblicizzato come vittoriosa strategia politica.

Forse perché per buona parte della società civile egiziana non lo condividerebbe.

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