Laziali arrestati a Varsavia: è una questione di dignità nazionale

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di Federico Cenci

Era il 4 aprile 2007, quando il ruggito del leone britannico travalicò la Manica e scosse il continente. Penetrò negli uffici della Uefa e nei corridoi dei palazzi istituzionali italiani. Suscitò un vero e proprio caso internazionale, per via degli incidenti che animarono gli spalti dello stadio Olimpico di Roma durante l’incontro calcistico di Champion’s League tra la Roma e il Manchester United. La carica della celere nei confronti dei tifosi ospiti fu decisa e robusta, tanto da provocare diversi feriti.

Dapprima, nelle ore subito successive ai fatti, fu proprio la società inglese a far sentire la sua voce. Il celebre club di Manchester criticò la polizia italiana, rea di aver «picchiato indiscriminatamente» i propri sostenitori. Solerte fu anche la reazione dell’allora ministro degli Esteri britannico, Vernor Coaker, che definì «estremamente preoccupanti» le immagini. Chiese quindi «spiegazioni su quanto accaduto, e sul modo in cui ha agito la polizia».

La mattina seguente, quella appunto del 4 aprile, la stampa britannica uscì con titoli ridondanti accompagnati da foto ad effetto. I quotidiani crearono un fronte comune che difese senza riserve i propri connazionali. Il Times scrisse che quella partita sarebbe stata ricordata «per la mano pesantissima della polizia», la Bbc e il Guardian diedero ampio spazio alle accuse dei tifosi presenti, il Sun attaccò gli agenti in servizio allo stadio.

Società di calcio, governo, stampa: quello britannico fu un ruggito unanime insomma. Che qualche effetto lo sortì. Per un paio di giorni la notizia fece il giro d’Europa, fornendo un’immagine tutt’altro che edificante dell’Italia e delle sue forze di polizia. La Uefa aprì un’inchiesta sugli incidenti, mentre la Questura di Roma fu costretta a dare spiegazioni ufficiali. Gli unici che uscirono bene da questa situazione furono proprio i fautori della polemica, ossia i britannici, giacché diedero prova di un forte senso di solidarietà nazionale, sublimata da uno Stato che seppe dimostrarsi capace di tutelare i propri cittadini oltreconfine.

Dinanzi a questo ricordo, risulta ancor più assordante il silenzio che ha accompagnato per diversi giorni quanto si sta consumando in Polonia a carico di numerosi cittadini italiani, tifosi della Lazio. Il loro incubo è iniziato giovedì scorso per le strade di Varsavia, a poche ore dalla gara tra la squadra biancoceleste e il Legia. Mentre si stanno apprestando a raggiungere in corteo lo stadio, vengono fermati dalla polizia polacca e arrestati 149 sostenitori italiani. Per diverse ore le notizie sono poche e frammentarie. In un primo momento, la polizia polacca parla di violenti scontri all’origine degli arresti, ma la totale assenza di immagini smentisce questa ricostruzione. Sembra che ci sia stato, al massimo, un lancio di oggetti che avrebbe coinvolto giusto un drappello di tifosi. Episodio che rende assolutamente sproporzionata la retata messa in atto.

I fermati sono stati trascinati nel gelido carcere di Bialoleka, dove nel 1981 furono rinchiusi dal regime degli attivisti di Solidarnosc. E il trattamento, infatti, evoca proprio uno Stato di polizia. Ammassati in condizioni disumane, i malcapitati vengono tenuti a pane e acqua, umiliati, sottoposti a perquisizioni viepiù invasive e costretti a confessare reati non commessi in cambio di una libertà che spesso è rimasta un’illusione. A scaglioni, nei giorni successivi al misfatto, molti di loro sono stati rilasciati, alcuni dietro pagamento di un’ammenda. Mentre scriviamo ne rimangono detenuti 22, i quali dovrebbero essere tutti liberati giovedì su cauzione. O almeno, è questa la rassicurazione che, tardiva e fiacca, è giunta martedì alla Camera da parte del vice-ministro degli Esteri, Marta Dassù.

La mancanza di sovranità si evince anche da questi episodi. Uno Stato serio non avrebbe atteso tutto questo tempo prima di dare un segno della sua esistenza. Al contrario, sarebbe intervenuto subito, con voce forte e determinata, si sarebbe precipitato a Varsavia e avrebbe preteso dalle autorità polacche quei chiarimenti che per tanti, troppi giorni sono invece latitati.

Ma questa storia testimonia anche altro. Gran parte della stampa nazionale, poco dopo l’arresto preventivo dei tifosi laziali, anziché tuonare riprovazione nei confronti della polizia polacca, ha dato poco risalto alla notizia e l’ha fatto spostando sensibilmente l’indice delle colpe verso i tifosi laziali. In pochi si sono preoccupati di chiedersi come fosse stato possibile che 149 persone venissero arrestate a fronte di nessuna dimostrazione di scontri per le vie di Varsavia. Ancor meno coloro che si sono preoccupati di indagare sulla condizione dei detenuti, di dar voce al drammatico silenzio che proveniva dalle gattabuie polacche. Il silenzio degli innocenti, appunto. Un silenzio obbligato, diverso da quel silenzio negligente dello Stato italiano.

Ben altra cosa fu invece il ruggito del leone britannico, che nel 2007 difese i suoi cittadini dai soprusi di una polizia straniera. Ben altro atteggiamento, ben altro coraggio. È tutta una questione di dignità nazionale.

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