Land Grabbing, l’ultimo crimine contro il Sud del mondo

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di Salvo Ardizzone

La globalizzazione ha imposto un modello capitalista sulle aree più povere del pianeta, e ciò è avvenuto nella maniera più selvaggia, priva di qualunque regola o garanzia per le fasce più povere della popolazione e per lo stesso ambiente, visto solo come occasione d’arricchimento. Alla ricerca del massimo profitto, multinazionali e Stati (Cina e Stati Uniti sono in testa) hanno inaugurato un nuovo colonialismo basato sullo sfruttamento di materie prime e mano d’opera vergognosamente sotto pagate (o semplicemente rubate) grazie alla piena connivenza dei gruppi dirigenti locali letteralmente comprati.

Accanto ai meccanismi tradizionali, tuttavia, da anni si va imponendo un nuovo processo socio-economico che va assumendo dimensioni immense, destinato ad avere ripercussioni incalcolabili quanto irreversibili sul tessuto sociale ed economico dei Paesi in via di sviluppo che ne sono investiti e sul loro territorio, condannati ad essere completamente stravolti: è il “Land Grabbing”, la “rapina delle terre”.

La crisi finanziaria iniziata nel 2007/2008, oltre ad aver squassato le economie reali del globo, ha comportato un’impennata dei prezzi dei prodotti agroalimentari ed agroindustriali; due esempi su tutti: i cereali e l’olio di palma per biocarburanti. Accanto alla molla puramente speculativa, vi è anche l’esigenza di alcuni Stati (ancora la Cina per prima) di assicurarsi crescenti quantità di beni alimentari per una popolazione sempre più ampia ed esigente.

Piuttosto che migliorare le proprie condizioni produttive, hanno trovato assai più remunerativo acquisire, a prezzi ridicoli, milioni di ettari delle migliori terre coltivabili del Sud del mondo per impiantarvi le proprie filiere produttive, sfruttando una mano d’opera a bassissimo costo, violentando l’ambiente e lasciando i danni irreversibili provocati da quelle attività incontrollate lontani dai propri confini.

Si calcola che nell’ultimo decennio siano stati affittati o comunque ceduti 227 milioni di ettari di terre, pari a 2.270mila chilometri quadrati dei migliori terreni fra Africa, Asia e Sud America, costringendo ad esodi di massa popolazioni che perdono tutto: case, terreni, bestiame ed il proprio tessuto sociale, divenendo profughi a tutti gli effetti senza averne lo status, privi di qualunque fonte di sopravvivenza.

Oxfam (Oxford Committee for famine relief) ha studiato il fenomeno analizzando 1.100 contratti relativi all’acquisizione di 67 milioni di ettari, riscontrando una sistematica corruzione che altrettanto puntualmente piega a piacimento norme e regolamenti. Il meccanismo è ormai collaudato quanto ricorrente: le multinazionali e i fondi sovrani degli Stati (che sono i loro bracci operativi) si rivolgono ai Governi locali e questi espropriano le terre dei privati concedendole a 1 o 2 dollari l’ettaro; pensano poi l’Esercito, la Polizia e le bande ingaggiate dagli assegnatari delle terre a far sgombrare immediatamente le popolazioni con minacce e violenze legalizzate dalla corruzione.

Caso esemplare è l’Etiopia, dove l’ex primo ministro Meles Zenawi (morto nel 2012) e l’attuale presidente Gilma Wolde-Giorgis, con il pretesto d’incentivare l’occupazione, hanno spalancato le porte ai più rapaci investitori esteri per assicurare i più alti margini di profitto ai gruppi di potere etiopi; sono già stati ceduti 3,2 milioni di ettari destinati a triplicarsi a breve, e parliamo delle terre migliori di un Paese vasto, ma con molte aree desertiche o sterili.

Dal 2007 è stato avviato un processo di radicale stravolgimento della Valle dell’Omo, una delle zone più fertili e densamente popolate dell’Etiopia: sotto la guida della Icbc cinese (Industrial and Commercial Bank of China) un gruppo di investitori internazionali, con l’aiuto della Banca Mondiale, stanno violentando il territorio, deforestando e sbancando l’intera area per fare posto a immense coltivazioni di mais, cotone e palma da olio. Non solo: hanno commissionato alla Salini Costruttori la realizzazione di un’immensa diga, la Gibe III, che cambierà irreversibilmente il territorio destinando le acque dell’Omo pressoché integralmente a colture che poco o nulla hanno a che spartire con quell’ambiente, e producendo la fine di quel fiume.

È la totale devastazione di un’area immensa in nome di una globalizzazione di rapina, perpetrata sulle spalle dell’ambiente e delle tribù locali: le comunità Kwegu, Bodi, Mursi e Dassanech sono state scacciate dalle loro terre, i loro granai distrutti, le loro mandrie massacrate in nome del profitto. L’African Agriland Found, un fondo londinese che si occupa di investimenti nei Paesi più poveri, garantisce rendite superiori al 25% per chi investe in quel settore agricolo o dei biocombustibili; per quelle rendite è tutto un mondo che viene cancellato, condannando alla miseria e alla devianza intere popolazioni.

Inutile invocare le leggi e la stessa Costituzione etiope, che vengono tutte sistematicamente calpestate; per chi si oppone o protesta c’è la più bestiale repressione o il carcere.

L’esempio dell’Etiopia è solo uno dei tanti, destinati a produrre un impatto complessivo devastante e definitivo su società fragili, che aggraverà esponenzialmente miseria, diseguaglianze, persecuzioni etniche e corruzione, con la conseguente esplosione del fanatismo religioso visto come unico rifugio.

Sono questi i frutti che Istituzioni internazionali e Stati, ipocriti quanto avidi, stanno irresponsabilmente coltivando, in una gara che ha in palio solo la realizzazione del massimo utile da ottenere a qualunque costo. Sono questi i frutti di una globalizzazione selvaggia, che nessuno si sogna di governare per gli enormi guadagni che permette.

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