Le basi militari dividono la Sardegna

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Il 23 novembre, i movimenti contro la presenza delle basi militari in Sardegna si mobiliteranno per interrompere le esercitazioni in corso nel Poligono di Capo Frasca. L’occupazione militare della Sardegna, benché abbia poca visibilità sul versante politico-mediatico, sta incontrando sempre più oppositori a livello sociale.

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Mappa delle zone interdette a causa delle basi militari in Sardegna

Due anni fa, i manifestanti riuscirono a irrompere pacificamente nel poligono di Capo Frasca, utilizzato da aeronautica e marina di Italia, Germania, Regno Unito e Usa, principalmente per esercitazioni NATO di tiro a fuoco aria-terra e mare-terra. L’anno scorso, la mobilitazione contro Capo Teulada riuscì a bloccare, anche se solo per un giorno, le massicce esercitazioni militari previste dalla Trident Juncture. Come ogni anno, anche il 2016 prevede un fitto calendario di esercitazioni militari sparse su tutto il territorio della Sardegna. In particolare, nel Poligono di Capo Frasca, è prevista un’intensa attività addestrativa che prevede l’uso delle bombe MK, prodotte dalla fabbrica tedesca RWM a Domusnovas, vendute all’Arabia Saudita per essere usate contro la popolazione civile in Yemen.

La manifestazione del 23 novembre 2016

Si legge nel comunicato stampa del movimento A Foras: “Manifestiamo per dire NO alla guerra, per dire basta all’uso della Sardegna per la produzione e sperimentazione di armi che avvelenano la terra, per ostacolare il perfezionamento di una macchina bellica che va sempre più a colpire civili innocenti, ospedali, scuole in tutto il Mondo”. Nonostante le diverse azioni repressive messe in atto dalle forze dell’ordine, massivamente dispiegate durante le varie manifestazioni, le mobilitazioni continuano così come continua il lavoro di sensibilizzazione sul tema portato avanti in scuole e università.

Il tema delle servitù militari ha varie sfaccettature e risvolti, dalle bonifiche alla salute di ambiente e cittadini, fino alla legittimità o meno delle “missioni di pace” occidentali. Inoltre, c’è la questione degli indennizzi che, come ogni sussidio statale, rendono i cittadini dipendenti da un sistema di cui spesso non riescono a scorgere le conseguenze di lungo periodo. Infine, c’è la classe politica nazionale e locale, anch’essa divisa sull’argomento. Basti pensare che nel documento Strategia di specializzazione intelligente della Sardegna del luglio 2014, poligono e basi militari vengono descritti come centrali per lo sviluppo socio economico dell’isola.

Le ragioni della politica spesso divergono da quelle della società civile. Queste manifestazioni, ormai ripetute negli anni, dimostrano che la società sta sviluppando una coscienza alternativa sulle esercitazioni militari.
Ovvero la consapevolezza, sempre più forte e assordante, che nessuna guerra è mai davvero simulata.

di Irene Masala

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