La Libia del dopo Gheddafi resta un Paese devastato dalla violenza e saccheggiato dai “predoni” internazionali

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di Manuela Comito

In questi giorni la Libia è ancora stata teatro di violente proteste in seguito alla decisione del legislatore del Parlamento ad interim di estendere il proprio mandato. La legislatura è terminata il 7 febbraio, ma si cercava di protrarre il mandato senza indire nuove elezioni.

Venerdì 14 febbraio il Maggiore Generale Khalifa Haftar ha chiesto la sospensione del Parlamento ad interim e la formazione di un comitato presidenziale che governi fino a nuove elezioni, dichiarando che il comando nazionale dell’esercito libico ha intenzione di muoversi per salvare il Paese dal suo sconvolgimento.

Questa presa di posizione non si è tradotta in azioni concrete, secondo quanto riferisce Al Manar , visto che non c’è stato alcun segno di eventuali movimenti di truppe o attività al di fuori del Parlamento a Tripoli, dell’ufficio del Primo Ministro o dei ministeri. Haftar ebbe un ruolo determinante nella rivoluzione del 2011 contro Muammar Gheddafi, “rivoluzione” di cui ricorre il terzo anniversario proprio in questi giorni.

Domenica scorsa, in seguito alle accese proteste, le principali fazioni libiche hanno raggiunto un accordo per indire elezioni anticipate, secondo quanto ha dichiarato il portavoce del governo ad interim Omar Humeidan. Una legge che regola le nuove elezioni dovrà essere presentata entro il mese prossimo. L’anniversario della “rivoluzione” che depose Gheddafi giunge a mettere in luce l’incapacità dei nuovi governanti della Libia, al punto che il popolo invoca una nuova rivoluzione e li accusa di non essere stati capaci di attuare le riforme tanto necessarie, secondo quanto riporta Alalam News Network.

I miliziani, che svolsero un ruolo determinante nello spodestare Gheddafi, si rifiutano di deporre le armi e non riconoscono l’autorità del governo centrale. La mancanza di sicurezza, con la presenza di una miriade di bande armate sul territorio, la grave crisi economica causata da un calo vertiginoso delle esportazioni di petrolio e gas e la debolezza delle istituzioni sono ciò che resta di una “rivoluzione” dalla regia nota. Una “rivoluzione” presentata come portatrice di benessere e democrazia, che ha rivelato il suo vero volto e che non è diversa da quanto accaduto in Iraq e in Afghanistan; la stessa “rivoluzione” per mezzo della quale si cerca, da quasi tre anni di destabilizzare la Siria.

A tre anni dalla “rivoluzione”, la Libia del dopo Gheddafi resta un Paese devastato dagli scontri interni tra le bande rivali e saccheggiato dai “predoni” internazionali.

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