La crisi del debito mette in ginocchio l’Europa

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di Salvo Ardizzone

Il macigno che continua a bloccare l’economia della periferia d’Europa, impedendole di risollevarsi, è il debito, ma più che quello pubblico, quello privato; è quanto emerge da un recente studio di Moritz Kraemer, dell’ufficio di Francoforte di Standard & Poor’s. Per dimostrarlo parte da pochi, semplici dati: in Grecia, Spagna e Portogallo, il livello del debito privato (imprese e famiglie) del 2013 come percentuale del Pil è stato doppio che nel 1999, prima dell’avvento dell’Euro; in Italia superiore di 35 punti di Pil; in Germania di solo 4 punti in più.

Ciò significa che aziende e privati, seppelliti da debiti, più che cercare soldi per investire e farne altri, costruendo ricchezza, tendono a contrarre i consumi per ridurre la propria esposizione (cioè risparmiare per pagare quei debiti che li stanno soffocando); questo, invece che stimolare la domanda interna la comprime, deprimendo con lei l’economia nel suo complesso. L’unica valvola resta l’esportazione, e non è un caso che la vera differenza fra le aziende sia fra quelle che riescono a esportare in mercati che a poco a poco si riprendono, e quelle rivolte a un mercato interno sempre più asfittico e ingessato; ma se in un Paese come l’Italia, che ha nell’esportazione un suo punto forte, è insufficiente a riequilibrare l’economia e riassorbire la disoccupazione, figurarsi negli altri.

In un contesto simile, dove aziende e privati intendono prima d’ogni cosa liberarsi dei debiti, anche una politica di tassi bassissimi incide poco, come è stato sperimentato per decenni in Giappone, prima che il tornado della “Abenomics”, voluta dal premier Shinzo Abe non sparigliasse i giochi. D’altronde, se è vero che singoli cittadini e imprese di soldi ne avrebbero bisogno tanti, è assai difficile che possano averli dalle banche per pagarsi i debiti (per intenderci, le porcate che gli Istituti di Credito hanno fatto e fanno, allargando i cordoni a chi è già decotto solo perché è un amico degli amici, sono altra cosa e appartengono a quella patologia che ha fatto molto per metterci in ginocchio).

In questo quadro, ciò che può fare la Bce è relativamente poco, perché se un’azienda sana ha bisogno di tassi bassi (e inflazione bassa) per pagar poco il denaro, chi ha bisogno di tagliare i debiti avrebbe bisogno d’un inflazione che li faccia sciogliere; e se questo è vero per i singoli, lo è ancor di più per i Sistemi Paese, che si vedono così dinanzi a un paradosso. Intendiamoci: un costo del debito pubblico basso (perché è anche questo che poi conta) può aiutare molto, libera risorse degli Stati da destinare a investimenti da affiancare a quelli dei privati al momento scarsi. Ma servirebbero capitali enormi, assai più di quelli che vincoli e laccioli della Ue consentono, per imboccare la strada che si sta percorrendo con successo in Giappone (e aggiungeremmo, anche Amministrazioni capaci d’impiegarle quelle somme, invece che dilapidarle).

Tornando alla diagnosi di Kraemer, è da prevedere che singoli, imprese e Stati, per molto tempo ancora baderanno a risanare i bilanci perché non possono fare altro, lesinando sugli investimenti e risparmiando il più possibile finché il debito non si sarà ridotto; che poi è la più amara delle medicine, perché rinvia sine die la guarigione. Per intenderci, in Italia il livello massimo dell’indebitamento totale (pubblico e privato) è stato toccato nell’ultimo trimestre del 2013 ed era pari al 275,9% del Pil, ma le imprese hanno raggiunto il picco massimo nel 2009 (con il 90,6% del Pil) e da allora hanno diminuito l’esposizione di 5,3 punti, mentre le famiglie sono giunte al massimo nel 2011 (45,5% del Pil) ed ora sono calate di circa un punto; per tornare ai livelli del ’99 (prima dell’Euro) le imprese dovrebbero restituire qualcosa come il 30% del Pil e le famiglie il 25%. Come dire passeggiare sull’arcobaleno.

In buona sostanza, il succo di quanto detto è che l’economia, messa in ginocchio da una crisi che non ha generato ma che è nata al di fuori di essa, non è in condizioni di ripartire di suo, come pretenderebbero i tanti sacerdoti del mercato; incaponirsi su questa strada conduce al collasso dei Sistemi Paese, con uno strascico infinito di fallimenti e disoccupazione.

Sta agli Stati individuare vie di sviluppo e incanalarvi risorse che abbiano sufficiente massa critica per smuovere il sistema e non disperdersi, che fungano da stimolo robusto a un’economia ora troppo debole per sollevarsi da sola.

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