La complicità israeliana nel genocidio ruandese

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di Cristina Amoroso

Sono passati più di vent’anni dalla terribile strage che ha insanguinato il Ruanda nel 1994. Dal 6 aprile alla metà di luglio, per circa 100 giorni, vennero massacrate senza pietà da 800mila a 1 milione di persone, secondo le stime di Human Rights Watch, perlopiù donne e bambini appartenenti alla tribù Tutsi, ad opera di membri appartenenti alla tribù Hutu, che in Ruanda rappresenta circa l’89% della popolazione. La strage, compiuta a colpi di armi da fuoco, machete pangas e bastoni chiodati, fu una delle più efferate di sempre, ma ciò non bastò a scuotere la Comunità Internazionale, che non fece nulla per impedirla.

L’uccisione impressionante di quasi il 20 per cento della popolazione del Paese ha lasciato una brutta macchia su una nazione che lotta per recuperare. Il silenzio e la complicità della comunità internazionale ha sempre giocato un ruolo, ma potrebbero le vendite di armi israeliane al Ruanda tra il 1990 e il 1995 essere stato uno dei fattori chiave del genocidio?

Sembra che un ingente quantitativo di armi leggere (fucili, munizioni e granate), fosse partito dall’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, e che l’allora premier israeliano Yitzhak Rabin e il ministro degli Esteri Shimon Peres fossero pienamente al corrente di quanto stava accadendo. Le prove, secondo quanto riportato da Irib “si sono accumulate nel corso degli anni, documentate anche dagli israeliani che hanno visitato il Ruanda durante il massacro o poco dopo”.

Due anni fa il professor Yair Auron e l’avvocato Eitay Mack hanno presentato una richiesta di informazioni al ministero israeliano degli Affari militari, chiedendo i dettagli della vendita di armi israeliane in Ruanda tra il 1990 e il 1995.

Nella loro richiesta, Mack e Auron hanno scritto: “Secondo vari rapporti in Israele e all’estero, le esportazioni della difesa per il Ruanda apparentemente hanno violato il diritto internazionale, almeno durante il periodo dell’embargo di armi, imposto dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”.

La richiesta è stata respinta dal Ministero della Difesa ed anche dalla Corte Suprema di Tel Aviv, che ha accolto la tesi secondo cui il rilascio di informazioni pregiudicherebbe la sicurezza dello Stato e delle relazioni internazionali, nonostante il diritto del popolo di sapere.

Dopo la sentenza del tribunale, Mack ha rilasciato una dichiarazione, definendo la decisione sbagliata e immorale. “A nostro avviso, è proprio questa continua dissimulazione che danneggia… la sicurezza e le relazioni internazionali di Tel Aviv. Noi continueremo a lottare per esporre la verità e consegnare alla giustizia quegli israeliani che hanno incoraggiato i gravi crimini commessi in Ruanda”, ha detto l’avvocato Mack.

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