Italia in pace e in guerra: un ossimoro vivente

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di Cristina Amoroso

L’italiano medio è convinto che l’Italia sia un Paese di pace. Certo lo afferma l’art.11 della nostra Costituzione, “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”. Lo affermano gli organi di stampa, sempre ricchi di notizie sulle missioni di pace  dell’Italia impegnata a Cipro, in India-Pakistan, in Libano, in Marocco, in Medio Oriente, in Sudan… “E’ il Primo Paese contributore di caschi blu tra i Partner europei, è il decimo  Paese contributore di caschi blu tra i 192 membri dell’Onu, è il sesto contribuente finanziario alle missioni di pace delle Nazioni Unite, 350 milioni di dollari versati ogni anno alle “casse della pace” delle Nazioni Unite” lo afferma la rappresentanza permanente presso le Nazioni Unite a New York.

Nel mese di maggio L’Espresso magazine pubblica un’inchiesta su “Le spese folli della Difesa”, in cui dopo gli F-35, sono previsti ventidue miliardi per digitalizzare l’Esercito, tre miliardi per i satelliti militari, oltre 600 milioni per un’arma contraerea che resterà prototipo. “Ecco alcuni dei programmi più esosi e discutibili delle forze armate, un fiume di denaro pubblico che servirà, tra l’altro, a dotare un élite di 558 “soldati del futuro” (circa mezzo milione di euro ad unità) di tecnologia bellica high tech”. Ma questo non significa che l’Italia sia favorevole alla guerra, forse il Ministero della Difesa crede nel placito romano “Si vis pacem, para bellum” e, poiché vuole la pace, prepara la guerra fornendosi di mirini Specter, di microtelecamere ad infrarossi e di satelliti spia, sognando “il soldato del futuro” .

Lasciamo qualche generale a sognare i suoi war games, e passiamo ad un’altra inchiesta uscita sempre nel maggio 2013, dal titolo provocatorio: “Boom Economy: banche, armi e Paesi in conflitto”. A Firenze nell’ambito della fiera-convegno Terra Futura è stato presentato questo studio meticoloso condotto da ricercatori e collaboratori dell’Osservatorio sul Commercio delle Armi (Os.C.Ar.) e di IRES Toscana. Si tratta di 198 pagine a dir poco illuminanti sugli affari che prosperano in Italia nella vendita di armi, affari che fanno alzare il Pil di quasi sei miliardi.

Infatti i nostri governi dal 2001 al 2011 hanno rilasciato autorizzazioni all’esportazione di armamenti italiani verso i Paesi in conflitto che ammontano a tanto. Armi made in Italy e loro utilizzo esplosivo in zone di tensione. Ma è legale?  La legge 185 del 1990 non  prevede forse il divieto di esportazione verso “i Paesi in stato di conflitto armato?”.

E’ nell’ambiguità della definizione di conflitto armato, nelle pieghe della normativa nazionale, che gli affari prosperano, come spiega anche il Comitato economico e sociale dell’ Unione Europea: “Le industrie della difesa europee dispongono di un notevole margine di manovra sui mercati d’esportazione. Ciò è in parte dovuto alla privatizzazione e in parte all’incoraggiamento dei governi: la crisi economica sta trasformando alcuni ministeri della Difesa in promotori esplicitamente riconosciuti delle esportazioni militari”.

E così prendendo per buona la definizione di conflitto armato che ne dà il Dipartimento di ricerche sui conflitti dell’Università di Uppsala, dal 2001 al 2010 si sono verificati nel mondo 29 conflitti armati che hanno coinvolto 28 Paesi, verso 10 dei quali non è stata rilasciata alcuna autorizzazione all’esportazione di armamenti (Angola, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Congo, Liberia, Ruanda, Sudan, Uganda, Myanmar e Azerbaijan).

Mentre  sono state rilasciate autorizzazioni all’esportazione di sistemi militari italiani a 19 governi di Paesi in stato di “conflitto armato intenso” oppure in “stato di guerra”. Si tratta di Algeria, Colombia, Perù, Afghanistan, India, Pakistan, Filippine, Sri Lanka, Russia, Iraq, Israele, Turchia, Stati Uniti, Libia, Siria, Egitto, Bahrain, Tunisia e Yemen.

Il business è stato trasparente fino al 2007, quando il governo Berlusconi ha sottratto dalla sezione della Relazione del 2008, curata dal Ministero del Tesoro, il “Riepilogo in dettaglio suddiviso per Istituti di Credito”, presente fin dai governi Andreotti degli anni Novanta, impedendo di ricostruire l’intera filiera delle operazioni di export di armi e permettendo di fatto fenomeni di corruzione, come testimoniano i casi dell’esportazione dei 12 elicotteri Agusta all’India. L’Italia allora, se legalmente vende  armi e loro utilizzo esplosivo in zone di conflitto in barba alla Costituzione e alla Legge 185 del 1990,  non è forse un Paese di guerra?

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