Israele e Turchia: riallacciare rapporti con Mosca per garantire la propria sopravvivenza

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di Salvo Ardizzone

L’accelerazione degli eventi nell’ultimo anno ha portato ad un radicale rimescolamento degli equilibri mediorientali, e gli attori che fino a ieri avevano il centro del palcoscenico sono in corso di precipitoso riposizionamento per mantenere un ruolo e non affondare.

Il nocciolo della questione è che Washington, sotto le Amministrazioni Obama, s’è mostrata riluttante ad impegnarsi a fondo in Medio Oriente per garantire a prescindere gli interessi israeliani e sauditi, preferendo un ruolo sullo sfondo, riservandosi d’intervenire per mantenere un instabile equilibrio che non veda nessuno egemone.

In realtà il vuoto non esiste, e meno che mai nei rapporti geopolitici; questo disimpegno ha lasciato uno spazio che gli attori locali hanno tentato di riempire imponendo le proprie agende. Riyadh da un canto e Tel Aviv ed Ankara dall’altro, hanno giocato le proprie carte per egemonizzare l’area, ma il loro sforzo, malgrado fosse massiccio, prolungato e spesso coordinato da una coincidenza d’interessi, si sta dimostrando sempre più fallimentare.

Lo è perché attori non nuovi, ma che agiscono con inedita decisione – Mosca e Teheran – hanno occupato lo spazio abbandonato dagli Stati Uniti, impedendo che altri se ne impadroniscano e ponendosi al centro delle dinamiche della Regione.

Lasciamo da parte il discorso sull’Arabia Saudita che, pur essendo strettamente connessa con gli altri soggetti, segue un’agenda a sé con proprie dinamiche e concentriamoci su Turchia ed Israele.

Malgrado gli strettissimi rapporti con le lobby israeliane e fondamentali centri di potere Usa, le relazioni fra Washington e Tel Aviv sono ai minimi storici per una visione sostanzialmente diversa delle priorità fra le due capitali; allo stesso modo, la Turchia di Erdogan, dopo aver inseguito vanamente un disegno di espansione neo ottomano, vede crollare le sue politiche e trionfare i suoi avversari.

Fra i due Stati c’è la fortissima coincidenza d’interessi di non naufragare dinanzi alla crescente affermazione di Assad, e con lui del Fronte della Resistenza che lo sostiene, con la nascita di un’ampia area che va dall’Iran al Libano. Un’area che essi hanno inutilmente tentato di smembrare e che ora minaccia di passare all’offensiva travolgendoli. C’è questa paura dietro il precipitoso riavvicinamento dei giorni scorsi, dopo anni di crisi di facciata.

Non potendo in alcun modo scendere a patti con l’Iran, Israele sta tentando in ogni maniera di rinsaldare i rapporti con l’altro attore che s’è posto al centro dello scenario mediorientale, la Russia, e, tramite la propria mediazione, far ricucire il rapporto fra Mosca ed Ankara.

Israele e la Turchia sono due Stati sottoposti ad una crescente pressione interna ed esterna, politica ed economica, e se Tel Aviv può comunque contare sui suoi tradizionali alleati (leggi complici), Ankara s’è ritrovata completamente isolata, con sulla soglia di casa i suoi arcinemici curdi investiti di un ruolo sempre più determinante grazie alla convenienza Usa.

Per entrambe, riallacciare un rapporto con Mosca è tentare di avere una sponda per la propria sopravvivenza prima che la catastrofe li travolga. Le numerose visite di Netanyahu in Russia, le lettere, i messaggi e le telefonate di Erdogan a Putin tendono a questo.

Dal canto suo, il Presidente russo ha tutto l’interesse di porsi al centro del gioco politico mediorientale, divenendo così il playmaker di un’area cruciale; uno straordinario peso politico che il leader russo può giocare su altri scacchieri a lui più vicini e per lui più importanti (vedi Ucraina, espansione ad Est della Nato, rapporti con l’Europa, etc.). Ed è nella medesima ottica che vanno letti i sempre più stretti rapporti di Mosca con l’Egitto di Al-Sisi e la crescente influenza nel Nord Africa; tutte partite nella riedizione del Grande Gioco globale che l’oppone alle capitali occidentali ed a Washington in ultima istanza.

Ma si tratta di un’agenda che ha obiettivi e soprattutto centri d’interesse primario diversi da Teheran (l’altra potenza che si sta imponendo nell’area), e non potrebbe essere diverso. Da questa difformità di priorità, e dalla disperazione di Stati che si vedono sull’orlo del disastro (Israele e Turchia) e che per questo si sono riavvicinati, è possibile un cambiamento della politica russa verso Turchia, Siria e lo stesso Iran, e una divaricazione degli obiettivi di Mosca e Teheran. Questo è certamente lo scopo primario di Israele, per cui sarà disposto a giocare tutte le proprie carte al fine di allontanare il proprio tracollo.

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