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Israele, dall’industria dell’Olocausto a quella della Terra Promessa

Redazione on 9 gennaio 2018 - 02:21 in Focus, Primo Piano

La memoria dell’Olocausto, per Norman Finkelstein, è stata sfruttata dagli ebrei statunitensi ai fini di vantaggi economico-politici propri e dello Stato di Israele. Nascerà anche un’industria della Terra Promessa agli Ebrei che sia in Siberia o in Ucraina o nell’estremo sud americano?

L’industria dell’Olocausto

Norman Frinketstein, in quanto figlio di sopravvissuti ebrei del ghetto di Varsavia, del campo di Auschwitz, della Shoah, ha inevitabilmente convissuto con l’Olocausto per tutta la vita, considerandolo tuttavia la rappresentazione ideologica dello sterminio ebraico. Nel suo libro del 2000, “L’Industria dell’Olocausto”, confrontando accortamente il trattamento mediatico dell’Olocausto e il trattamento mediatico di altri genocidi, come l’Holodomor e il genocidio armeno, Frinketstein scrive che questa ideologia è stata sfruttata dagli ebrei statunitensi ai fini di vantaggi economici e politici e a conferire a Israele uno status di “Stato di vittima”, nonostante il suo “orrendo” record di violazione dei diritti umani.

Se i critici mainstream hanno sostenuto che Frinketstein abbia evocato una “teoria della cospirazione” mentre quelli di sinistra hanno messo in ridicolo il libro come difesa delle “banche”, noi ci chiediamo se anche la Terra Promessa ai figli di Israele diventerà un’industria da sfruttare.

Birobidjan, la Terra Promessa degli Ebrei concessa da Stalin, prima patria ebraica in Siberia

Era stato Lenin a sostenere una terra per i cinque milioni di ebrei di Russia e farne dei proletari contadini. Fu Stalin a concedere in Siberia la città progettata dall’architetto svizzero Hannes Meyer e istituita nel 1931. Nel 1934 divenne il centro amministrativo della Oblast autonoma ebraica e nel 1937 fu concessa alla città. Lesodo nel Birobidjan fu volontario, entusiasta, anche Albert Einstein vi credette, negli Stati Uniti si raccolsero centinaia di migliaia di dollari per sostenere l’insediamento siberiano e, comunista, dei nuovi ebrei bolscevichi illusi dal mito bucolico. Ora i sopravvissuti al contro-esodo, alla guerra, agli stenti, continuano a parlare yiddish, a raccogliere fondi, a studiare l’ebraico, a ricevere denaro per la sinagoga, anche centodiecimila dollari da Putin, ad accogliere un giovane rabbino ortodosso inviato da Israele, “Verrà il Messia”.

Ucraina, “Dobbiamo costruire una nuova Terra Promessa, la nuova Zion”

E’ la mozione proposta il 6 giugno 2014 dal deputato ucraino Boris Filatov, un nazionalista che parla di Zion, ovvero della Terra Promessa ai figli di Israele, dietro cui c’è il finanziatore Igor Kolomoysky e la mente Gennady Korban, entrambi oligarchi ed entrambi molto ebrei e finanziatori di movimenti sionisti ultraortodossi. La setta ebraica radicale sionista Chabad negli Stati Uniti vuole che la sua comunità si trasferisca in Ucraina, la sua patria originaria del Kazanistan. La diaspora al contrario nell’est Europa nasce dall’ipotesi di un altro studioso ebreo, Arthur Koestler, secondo il quale il giudaismo fu la religione prevalente dei Cazari – da cui discendono i cosiddetti Ashkenaziti – che abbandonarono le loro terre a causa delle devastazioni mongole, rifugiandosi nell’Europa orientale. Questi non appartengono a nessuna delle 12 tribù di Israele, sono “La tredicesima tribù” nel libro di Koestler.

Patagonia, la “Israele Argentina” che Theodor Herzl sognava

Più di ventimila “backpackers” israeliani stanno attualmente visitando ampie parti della vasta Patagonia argentina/cilena. Perché hanno preoccupato in passato e preoccupano i governi argentino e cileno semplici turisti con lo zaino in spalla? Per decenni giovani ufficiali dell’esercito israeliano, travestiti da turisti e backpackers hanno studiato, mappato, viaggiato in questa vasta e ricca zona scarsamente popolata. Il pericolo dei “Mochileros sin fronteras”.

Ma questo non è niente. Una trentina di anni fa, il 5 gennaio 1986, il principale quotidiano argentino, il tradizionale e prestigioso La Nacion, pubblicò un articolo intitolato “Studiare l’insediamento di una colonia ebraica a Santa Cruz”, come un’area di studio di Israele, “questo è un progetto caro da tempo”, affermando che “Israele ha condotto un sondaggio della zona per studiare il clima, la flora, la fauna e la ricchezza potenziale del luogo”. Per decenni, i soldati israeliani in vacanza sono aumentati sistematicamente in questa regione grazie all’estrema flessibilità dei successivi governi dell’Argentina, estremamente permeabile e sottomesso all’influenza sionista.

Giustificata preoccupazione per i governi, soprattutto se si considera che il padre fondatore del sionismo internazionale, Theodor Herzl, scriveva nel 1896: “Dobbiamo scegliere, Palestina o Argentina? L’Argentina è, per sua natura, uno dei Paesi più ricchi del pianeta, con un vasto territorio, di popolazione e clima mite. La Repubblica Argentina avrebbe il massimo interesse a darci parte del suo territorio”.

Nel ventesimo secolo, dopo il colpo di Stato militare contro il generale Juan Domingo Perón, il presidente democraticamente eletto del Paese, una corrente antisemita cresciuta nell’esercito, pubblicò un opuscolo che accusava il nuovo Stato di Israele di preparare un’invasione della Patagonia, il “Piano Andinia”.            

Nel ventunesimo secolo, godendo dei vantaggi conferiti dal Trattato della guerra delle Falkland, Regno Unito e Israele conducono un nuovo progetto in Patagonia. Il miliardario britannico Joe Lewis acquisisce vasti territori nel sud dell’Argentina e perfino nel vicino Cile, con proprietà superiori alle dimensioni dello Stato di Israele, compreso un aeroporto privato. Fin dalla Guerra delle Falkland, l’esercito israeliano ha organizzato “campi di vacanza” per i suoi soldati in Patagonia. Ogni anno, 8-10mila persone trascorrono due settimane nella terra di Joe Lewis.

Ha intrapreso Israele un programma di sfruttamento dell’Antartico o sta costruendo una base di riserva in caso di sconfitta in Palestina? E’ impossibile determinarlo. Lo sapremo a cose fatte.

di Cristina Amoroso

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