Inizia il ritiro del PKK dal Kurdistan turco: tregua o svolta?

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di Mauro Indelicato

Il PKK, storico partito indipendentista curdo, ha iniziato il ritiro dalla parte turca del Kurdistan; ad annunciarlo è Salahuddin Dmrtash, leader del braccio armato dei militanti filo–curdi presenti nel paese di Ataturk.

Il ritiro, cominciato nella giornata di mercoledì 8 maggio, è frutto dei primi tentativi di dialogo avviati da Ocalan, leader e bandiera storica della resistenza curda, il quale ha esortato ad intraprendere un cammino che porti alla fine delle ostilità, le quali hanno prodotto negli anni tante vittime sia da una parte che dall’altra.

Approfittando dell’oscurità della notte, i militanti armati del PKK hanno iniziato a muovere verso il nord dell’Iraq, da sempre roccaforte non solo del partito, ma del risveglio dell’identità nazionale curda; il ritiro procederà gradualmente, come segno di buona volontà con il governo di Ankara per arrivare ad una soluzione pacifica della vicenda.

Ma non tutto comunque, sembra essere rose e fiori; dopo decenni di aspri conflitti del resto, la diffidenza reciproca tra le parti è parecchia e sono in molti, sia tra i curdi che tra i turchi, a credere che non tutto andrà subito per il verso giusto.

Da parte curda, come ha spiegato lo stesso Salahuddin Dmrtash, non si tema molto una slealtà del governo centrale turco, quando la reazione delle forze palamilitari dell’esercito e di parte dei servizi segreti di Ankara, che negli anni hanno sempre soffiato sul fuoco del conflitto ed hanno sempre tenuto alto l’interesse di far aumentare la tensione tra le parti in lotta.

“Non mi aspetto un attacco da parte delle truppe del governo centrale – ha infatti affermato Dmrtash – ma di quelle forze oscurantiste non sono soggetti a forze di governo, che potrebbero sabotare il processo.”

Il PKK dunque, nel mostrare la buona volontà di portare a termine la pace, è messo in guardia da eventuali provocazioni che potrebbero arrivare dalla Turchia ed è pronto, nell’eventualità, ad imbracciare nuovamente le armi.

Difficile invece dare un giudizio su come la popolazione e la società curda sta reagendo al trattato di pace; di certo, se il PKK non avesse comunque avuto anche un minimo consenso popolare, difficilmente avrebbe intrapreso una strada così difficile; è infatti da sempre il partito guida dei curdi e non vorrebbe rischiare di perdere l’enorme presa sulla popolazione. Però è anche vero, che i curdi hanno visto nelle azioni del governo turco uno degli ostacoli principali contro al loro diritto all’autodeterminazione; sentimenti quindi contrastanti, che fanno il pari con quelli analoghi della società civile turca.

Infatti, in diverse interviste, molti esponenti politici ma anche semplici cittadini, giudicano l’inizio della ritirata del ramo armato del PKK solo come una presa in giro e non danno molte speranze al processo di pace; insomma, tra diffidenze reciproche, assortite in diversi anne, i di conflitto, inizia comunque uno snodo cruciale nella storia oramai pluridecennale delle dispute tra curdi e turchi. Soltanto l’evolversi futuri degli eventi, potrà dare la giusta fisionomia e la reale entità del processo di pace.

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