Infiltrazioni imperialistiche, guerra civile e pace negata in Sud Sudan

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di Cristina Amoroso

L’accordo di cessate il fuoco tra governo e ribelli del Sud Sudan è stato firmato giovedì dal presidente sudanese Salva Kiir e il capo dei ribelli Riek Machar, nella capitale etiope Addis Abeba, accordo in base al quale i combattimenti dovrebbero terminare entro 24 ore.

L’Unione europea ha accolto con favore l’accordo di cessate il fuoco, dopo cinque settimane di conflitto che ha ucciso migliaia di persone nella nazione più giovane del mondo, ed ha lasciato dovunque città distrutte e sfollati.

“Le violenze devono finire adesso”, ha affermato il capo della politica estera dell’Ue Catherine Ashton in una dichiarazione rilasciata  giovedì nella tarda serata. “Accolgo con favore l’accordo di cessazione delle ostilità in Sud Sudan”, ha dichiarato Ashton, aggiungendo: “Questo accordo deve ora essere girato alle parti che devono attuarlo immediatamente. Questo significa che le donne devono essere di nuovo al sicuro. I bambini devono essere protetti. Gli sfollati devono essere in grado di tornare a casa. L’aiuto umanitario deve raggiungere tutti i bisognosi, senza ostacolo o abusi”, ha dichiarato Ashton.

Un’atroce violenza nel Sudan meridionale è scoppiata a Juba il 15 dicembre 2013, quando il presidente Salva Kiir ha accusato il suo vice, Riek Machar, di aver tentato di organizzare un colpo di stato.

Il conflitto si trasforma presto in una guerra a tutto campo tra esercito e ribelli, assumendo una dimensione etnica che ha opposto la tribù Dinka del presidente contro i Nuer gruppo etnico di Machar. L’International Crisis Group ha dichiarato il 9 gennaio che circa 10mila persone sono state uccise nelle violenze. “Data l’intensità dei combattimenti in oltre 30 luoghi diversi nelle ultime tre settimane, siamo di fronte a un numero di morti che si avvicina alle 10mila unità”, ha riferito Casie Copeland, analista dell’International Crisis Group.

L’Europa è pronta e mandare aiuti umanitari a questo Paese preso nella morsa di un conflitto etnico, accalorandosi per la pace in questo giovanissimo Paese africano devastato, mentre la stampa occidentale ha immediatamente bollato la mattanza sudanese come la solita guerra tra bande nella sperduta Africa nera, una guerra etnica come tante che si tinge di violenza tribale.

 Ma quale conflitto etnico? Ma quale pace?

Gli interpreti della guerra civile sono i rappresentanti di una borghesia parassitaria che vive e si scontra al proprio interno sulla gestione della rendita petrolifera di un Paese, il Sudan del sud, che è il terzo produttore di petrolio di tutto il continente africano. Come al solito, dietro questi scenari di guerra civile si palesa l’ombra di qualche famelico imperialismo che, a sua volta, deve guardarsi le spalle dalla concorrenza di altri predatori energetici. Le differenze etniche servono solo da base operativa, da carne da macello utilizzata dalla frangia borghese di turno. E’ l’interesse economico di base che crea tensioni all’interno delle tribù e le spinge alla guerra civile.

Nell’ombra, a tirare i fili del Paese africano, fin dagli anni novanta ha regnato l’imperialismo di Beijīng, che – come è solito agire in Africa – in cambio di infrastrutture, si è garantito il monopolio della ricerca e sfruttamento dei giacimenti petroliferi, favorendo la borghesia indigena al potere e importando il 70% della produzione locale, prima della guerra civile.

La leadership cinese non aveva fatto i conti con la “democrazia” statunitense che – come sua abitudine – si è infiltrata nella borghesia del sud, aiutandone una frangia a rivendicare l’autonomia nazionale e territoriale a scapito del nord. Tra pressioni politiche interne e internazionale si arriva ad un compromesso nel 2005, quando nord e sud si accordano sulla secessione del sud, che nel luglio del 2011 diventa Sud Sudan il Paese africano più giovane. Grande la contrarietà della Cina, divisa nei suoi interessi tra il nord dove ha costruito gli oleodotti e il sud, dove sfrutta i pozzi petroliferi.

Ancora una volta si è creata la situazione ideale per le infiltrazioni imperialistiche forti  del “Divide et impera”. Il Paese è spaccato tra il nord degli oleodotti e il sud dei giacimenti senza sbocco al mare, lo scontro inevitabile tra le due parti è sul petrolio e sulle vie della sua commercializzazione, mentre all’Occidente lo scontro è presentato tra un nord arabo e musulmano, rifugio del terrorismo islamico e un sud cristiano e animista, pacifico e dialogante con l’Occidente.

Reciproche rappresaglie, minacce di embargo e crolli economici ad ogni variazione di estrazioni e commercializzazioni, guerra civile per la gestione della rendita petrolifera hanno avuto una ricaduta negativa sugli affari di Pechino che, ancor prima della divisione del Paese, aveva investito in Sudan circa venti miliardi di dollari, e altri otto miliardi erano stati promessi al presidente Kiir nel 2012, poco prima della nascita del Sudan del Sud. La Cina teme fortemente che il perdurare del conflitto possa mettere in crisi i suoi investimenti. Non per niente il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, si è precipitato ad Addis Abeba per prendere parte ai colloqui di pace negli scorsi giorni, con le sue proposte, in una politica di mediazione tenuta anche dagli Usa.

Riuscirà la fazione di Mashar ad aver il sopravvento su quella di Kiir? Riuscirà la Cina a risolvere a suo favore la guerra civile impedendo agli Usa di crearsi un varco all’interno del Sudan del Sud? Continuerà la guerra civile?

Intanto in nome della corsa alla conquista delle risorse energetiche e delle sue rendite finanziarie città come Bor, una volta fiorente, è diventata una città fantasma, case bruciate, ogni baracca saccheggiata, resti carbonizzati nella  puzza di morte e di materiale in decomposizione, nella cupidigia di chi vuole mantenere alla mercé di potenze straniere uno Stato ladro, unico Paese al mondo a non avere una costituzione.

Non è forse il caso di capire finalmente – senza il minimo dubbio – che il capitalismo e la sua appendice imperialistica non cambiano mai, cambia solo il contesto in cui si trovano ad operare, sia esso in Asia, in America latina o in Africa?

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