Incontro tra Castro e Bergoglio, un nuovo asse contro l’arroganza americana

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di Salvo Ardizzone

La tappa di Raul Castro a Roma domenica scorsa, di ritorno dalle celebrazioni a Mosca, segna la prosecuzione, alla luce del sole, di una coincidenza d’interessi strategica che va avanti da tempo, condotta nella discrezione più assoluta.

L’accordo di dicembre fra Obama e Castro, per la cessazione dell’embargo e la normalizzazione dei rapporti fra Cuba e Usa, è figlio di due progetti di lungo periodo che vede impegnati il Presidente cubano e il Papa argentino.

Per Castro, la semplice cessazione dell’embargo e la normalizzazione dei rapporti, pur necessari per dare sviluppo al Paese e far cessare gli effetti nefasti di un isolamento che gli è stato imposto da Washington, non può bastare. L’apertura delle due economie potrebbe risolversi in un abbraccio mortale fra il colosso a Stelle e Strisce e la piccola Nazione caraibica, che potrebbe rischiare una surrettizia colonizzazione economica e la perdita della propria identità culturale.

Il riavvicinamento non può e non deve divenire assorbimento. Per questo gli occorre la “copertura” di Bergoglio, perché Cuba possa mantenere quelle sue caratteristiche per cui si è battuta e ha sofferto negli oltre cinquant’anni di confronto contro l’imperialismo yankee.

Bergoglio, dal canto suo, ha un disegno assai più vasto che abbraccia l’intero Sud America: laggiù, per molto tempo la Chiesa è stata lacerata fra chi ha scelto di stare accanto agli oppressi e chi ha voluto farsi cappellano dei potenti, e il Vaticano è stato visto (a ben ragione) come un groviglio di potere lontano, attento solo ai propri interessi. Per questa distanza dalla gente, in larga parte del Continente si sono sviluppati movimenti evangelici che hanno eroso enormemente la base cattolica.

Bergoglio conosce assai bene la situazione e non vuole che la Chiesa venga etichettata come il “cappellano dell’Occidente e del Dollaro”, perdendo ogni residua credibilità. Anzi, intende rilanciare con un messaggio di critica frontale al capitalismo globale e allo sfruttamento, e di attenzione per i deboli, i poveri, gli ultimi insomma. Così vuole porsi in antitesi al modello economico e politico Usa, mettendo la credibilità e il prestigio che si è costruito a servizio d’un progetto alternativo alla influenza nord americana nel Continente.

Cuba è laggiù il simbolo più eclatante dell’aggressione e dell’arroganza dell’imperialismo di Washington; essersi speso con efficacia per essa costituisce un gesto di alto valore per tutto il Sud America.

Allo stesso modo, nel viaggio che compirà a luglio in America Latina, non toccherà le grandi Nazioni come il Brasile, ma percorrerà le periferie del Continente: il Paraguay, uno dei Paesi più poveri; la Bolivia di Evo Morales, che con la redistribuzione delle ricchezze ha saputo strappare vaste fasce di popolazione dall’indigenza; l’Ecuador di Rafael Correa, insidiato dallo sfruttamento del nuovo imperialismo rampante, quello cinese. E a settembre, prima di recarsi a Washington, sarà per tre giorni a Cuba: un modo per ergersi a portavoce e garante della Nazione caraibica dinanzi all’Impero del Dollaro.

Comunque sia, nel mondo gli equilibri del potere sono in rapida evoluzione: in Medio Oriente, in Asia e nello stesso Sud America; Bergoglio lo ha compreso e, attraverso una piattaforma “ideologica” assai diversa (anzi, antitetica) di quella che era propria della Curia romana, vuole “riconquistare” l’America Latina.

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