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Guerra in Siria: i “ribelli” si ritirano dal Sud

Salvo Ardizzone on 9 settembre 2017 - 04:59 in Attualità, Primo Piano

La guerra in Siria conosce una nuova svolta: il Free Syrian Army (Fsa), legato agli Usa, abbandona il sud della Siria e si ritira in Giordania; nell’area sul confine torneranno le forze di Damasco, con l’eccezione del valico di Al-Tanf dove rimarrà un presidio americano circondato dalle forze della Resistenza. È il frutto di un accordo fra Russia, Usa e Giordania.

L’intesa, che archivia un progetto fortemente voluto da Obama ed è resa inevitabile dall’evoluzione della guerra in Siria, pone fine ad un confronto che durava da oltre un anno: dal 2016 era divenuto evidente che l’eliminazione dell’Isis avrebbe permesso il libero passaggio delle forze dell’Asse della Resistenza attraverso il confine siro-iracheno; per questo gli Usa, con l’aiuto dell’Inghilterra e di altri Paesi Nato, hanno pensato d’interporsi per impedire una continuità territoriale fra Siria ed Iraq.

Evitare un ricongiungimento fra la Resistenza in Siria e quella in Iraq era un imperativo strategico per Washington, peraltro fortissimamente sostenuto da Israele che vedeva una simile eventualità come un disastro. Per impedirlo, prendendo stabilmente possesso delle aree di confine, oltre ad arruolare ed addestrare milizie mercenarie inquadrate nell’Fsa, era stata preparata un’invasione del sud della Siria partendo dalla Giordania, e truppe erano state ammassate per mesi nelle basi giordane. A partecipare, oltre ai mercenari arruolati ed addestrati da americani, inglesi, giordani e norvegesi (!), sarebbero stati anche reparti Usa ed hashemiti.

A sconvolgere i programmi sono state le vittorie della Resistenza, che da un canto hanno neutralizzato i “ribelli” in vasta parte della Siria, dall’altro hanno cominciato ad incalzare sempre più rapidamente i daesh verso est. L’accelerazione imposta agli sviluppi della guerra in Siria ha tolto la motivazione ufficiale dell’iniziativa (la bufala della guerra all’Isis), che si sarebbe inequivocabilmente mostrata per quella che era, ovvero l’invasione di uno Stato sovrano, ed avrebbe posto le forze della Resistenza, appoggiate dai russi, dinanzi agli invasori. Un rischio enorme che gli Usa non hanno ritenuto di correre.

Al momento le truppe di Damasco con i loro alleati, dopo aver raggiunto Deir Ezzor, stanno spingendo verso l’Eufrate per attraversarlo e correre verso il confine iracheno puntando su Abu Kamal; liberarla chiuderebbe la partita. A tal proposito, diverse fonti riferiscono di autocolonne che trasportano mezzi per il rapido attraversamento del fiume.

A questo punto, la situazione per Washington è assai delicata; per gli Usa (e soprattutto per Israele che esercita fortissime pressioni) lasciare campo libero nel sud della Siria significa sancire la totale sconfitta nella guerra in Siria, accettandone le conseguenze.  Il pasticcio strategico in cui si sono cacciati è in buona parte determinato dalla totale mancanza di una strategia complessiva, aggravato dall’avvento dell’Amministrazione Trump che, allo stato delle cose, non può più insistere nel pretendere l’accantonamento di un Al-Assad vincitore, e non vuole/può rischiare uno scontro sul campo con la Russia dagli esiti imprevedibili per una causa ormai persa.

Abbandonato il sud del Paese e l’idea di un’invasione, smobilitate le forze sul confine giordano, adesso Washington punta a rifarsi una verginità fingendo di combattere l’Isis (di cui stanno evacuando i quadri che potrebbero rivelare verità troppo imbarazzanti) e tentare di controllare almeno una parte del territorio oltre l’Eufrate, cercando ancora d’incunearsi fra Siria ed Iraq. Una possibilità che resta comunque remota e piena di rischi per la rapida avanzata della Resistenza.

Israele vede con crescente nervosismo gli sviluppi della guerra in Siria, che per lui s’avvia alla peggiore delle conclusioni: la vittoria dell’Asse della Resistenza che ora s’affaccia ai suoi confini nordorientali; è la sconfitta totale dopo 6 anni di una guerra che voleva impedirne proprio l’affermarsi e che adesso conduce la Resistenza alle sue porte.

Di qui la crescente attività di Tel Aviv nel Golan ed il moltiplicarsi di contatti con “ribelli” e terroristi nella regione di Dara’a. L’entità sionista sa bene che non può tentare l’azzardo di un conflitto aperto, nelle attuali condizioni per lui disastroso e che comporterebbe la rottura (in questo caso sì) con Mosca e il confronto diretto con l’Iran.

Israele punta allora alle garanzie che la Russia potrà fornire per la sua sopravvivenza, soprattutto nei confronti di Hezbollah, che con la fine della guerra in Siria punterà su Gerusalemme; nel frattempo tenta di contenere la crescita della Resistenza con azioni più che altro dimostrative (vedi l’attacco di giovedì scorso sulla Siria) e manovrando le ultime bande mercenarie di takfiri per interporle a difesa dei territori che occupa.

In verità poca cosa, gli esiti della guerra in Siria hanno ormai cambiato gli equilibri; nel nuovo Medio Oriente che è ormai sorto non ci sarà spazio per l’imperialismo sionista.

di Salvo Ardizzone

 

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