Guantanamo: prigionieri lasciati morire dalla politica di Trump

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Ritorna l’immagine divenuta tossica del carcere di Guantanamo, dove cinque uomini in sciopero della fame “sono lasciati alla porta della morte” dalla nuova politica dell’amministrazione Trump nei confronti dei detenuti che protestano. Alcune celebrità stanno digiunando a sostegno dei detenuti.

Era il 2002 quando l’amministrazione di George W. Bush, in “piena guerra al terrore” aprì la super-prigione di Guantanamo nell’isola di Cuba, che ha ospitato fino a 780 detenuti, molti “spazzati” dai campi di battaglia dell’Iraq, la maggior parte non è mai stata formalmente accusata da un tribunale. Dal 2002 sono morti nove prigionieri e di questi si ritiene che sette si siano suicidati. Molti sono stati sottoposti a tortura durante l’interrogatorio; inoltre nel carcere sarebbero stati rinchiusi anche una quindicina di minori.

Ci sono attualmente 41 prigionieri detenuti, ciascuno dei quali costa ai contribuenti americani  10 milioni di dollari all’anno, a differenza dei 78mila dollari necessari per un detenuto in una prigione federale di massima sicurezza negli Stati Uniti, secondo il gruppo Human Rights First. Solo uno è stato inviato negli Stati Uniti per il processo nei tribunali statunitensi. Dei 41 prigionieri, 15 sono considerati di “alto valore”, tra cui Khalid Sheikh Mohammed, il presunto cospiratore degli attacchi dell’11 settembre.

Barack Obama promise di chiudere il carcere al termine della campagna elettorale nel 2008, promessa sempre ventilata negli anni della presidenza, fino alla presentazione al Congresso di una proposta nel febbraio del 2016, che non è stata rispettata alla fine del suo mandato. Di tutt’altro avviso è il presidente Donald Trump, che ha più volte detto di non avere alcuna intenzione di chiudere la struttura, si è anzi impegnato a mantenerla aperta e “caricarla con alcuni dannati cattivi”. “Non ci dovrebbero essere altre scarcerazioni – ha twittato Trump di recente – sono persone estremamente pericolose e non dovrebbe essere consentito loro di tornare sul campo di battaglia”.

Durante l’amministrazione Obama, le guardie carcerarie praticavano sui detenuti in sciopero della fame l’alimentazione forzata prima che il loro peso diminuisse drasticamente. Nel nuovo approccio dell’amministrazione Trump i detenuti in sciopero della fame sono lasciati al deterioramento fisico fino alla “porta della morte” o al rischio di deterioramento degli organi.

Gli avvocati dei detenuti in sciopero della fame hanno parlato ai quotidiani americani (Indipendent, The Guardian) delle condizioni dei detenuti di Guantanamo e in particolare dei cinque detenuti in sciopero della fame. Reprieve, un gruppo umanitario di Londra che rappresenta diversi detenuti, aveva chiesto alle persone di iniziare scioperi della fame a sostegno dei prigionieri che protestano, tra cui Khalid Qassim e Ahmed Rabbani, che rifiutano il cibo dal 20 settembre.

Tra coloro che hanno raccolto la sfida ci sono Roger Waters, co-fondatore dei Pink Floyd, Sara Pascoe, l’attore David Morrissey, il regista e attore Mark Rylance, il politico del lavoro Tom Watson e l’attrice francese Caroline Lagerfelt.

Khalid Qassim e Ahmed Rabbani, che non assumono cibo dal 20 settembre, si trovano a Guantanamo da 15 anni, per una detenzione indefinita senza addebito o prova, e dal 2013 ricorrono allo sciopero della fame come unica arma per protestare la loro innocenza ed affermare la loro umanità.

Gli avvocati sono preoccupati sempre di più per lo stato di salute dei loro clienti. David Remes, avvocato di Washington, che rappresenta Abdul al-Salam al-Hilal, uno dei cinque prigionieri dello sciopero della fame, ha riferito che Hilal, detenuto da oltre 15 anni senza accuse, ha lanciato la sua protesta quando gli è stata rifiutata l’autorizzazione ad una seconda telefonata al mese alla sua famiglia in Yemen. Il peso di Hilal è sceso da 165 a 110 libbre. Rabbani è arrivato a soli 95 libbre e da tempo soffre come Hilal di sanguinamenti interni.

Clive Stafford Smith, il fondatore di Reprieve che sta digiunando anche lui a sostegno dei detenuti, ha riferito le parole di Rabbani: “Non voglio morire, ma dopo quattro anni di protesta pacifica non posso fermarmi perché me lo dicono loro. Mi fermerò definitivamente quando il presidente Trump libererà i prigionieri liberi da accuse e permetterà a tutti gli altri un processo equo”.

di Cristina Amoroso

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