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Grillo, il grande bluff made in USA

Redazione on 24 febbraio 2013 - 17:22 in Medio Oriente, Primo Piano

di Federico Cenci

Cominciamo dalla fine. L’immagine è una di quelle destinate a lasciare un’impronta sulla storia politica italiana. C’è Grillo sul palco allestito in piazza San Giovanni, davanti a un’enorme folla di gente che accoglie con urla di gioia i suoi scalmanati proclami rivoluzionari. È così che si è conclusa, in bellezza, la campagna elettorale del Movimento 5 Stelle. Già dalla sera stessa, le aperture dei Tg, anche di quelli stranieri, erano tutte dedicate al “nuovo fenomeno della politica italiana”. Dopo aver scalzato la Sinistra dalla piazza delle sue celebri adunate, ora l’insaziabile Grillo faceva altrettanto con i volti di Bersani e Berlusconi dagli scherzi televisivi. Una svolta epocale. Anzi, uno tsunami, per dirla con un termine caro ai grillini.

Nessuno si sarebbe mai aspettato che Grillo potesse raggiungere questo apice di successo. Era difficile prevederlo quando, nel 2005, intorno alla sua figura veniva a crearsi un coordinamento di cittadini intenzionati a trasferire nella società le proposte raccolte nel blog del comico genovese. Si pensava all’ennesima suggestione civica destinata a polverizzarsi dinanzi a quel granitico sistema di potere come è considerata la politica in Italia. Al contrario, invece, quello che si autodefinisce una “libera associazione di cittadini” stava lentamente iniziando a insidiare l’ordine politico precostituito. Dapprima portando nelle piazze centinaia di cittadini per gridare insulti, poi riuscendo a convogliare un po’ di quella rabbia verso le liste civiche sino a concedere a degli attivisti di venire eletti e così introdursi nelle istituzioni.

Ospite gradito tra mura “nemiche”.
In Italia si è poco avvezzi alle novità, sarà per questo che in molti si interrogano su come sia stata possibile una tale ascesa. Non convince l’idea che gli unici volani del Movimento 5 Stelle siano rappresentati dalle capacità comunicative di Grillo, dall’esasperazione dei cittadini verso una politica inefficiente e corrotta e dall’incapacità dei partiti tradizionali di aggiornarsi all’era virtuale. Più di qualcuno ritiene che dietro questi tre pur importanti fattori ci sia dell’altro, qualcosa capace di sopraffare anche il capillare sistema di controllo politico italiano. Le ombre gettate sul leader occulto Casaleggio assomigliano molto a quelle tesi di complotto che si nutrono solo di scalpore estemporaneo. Pertanto, gli eventuali tratti d’ambiguità vanno cercati altrove.

Precisamente in quel telegramma di 5 pagine che qualche giorno fa è apparso sul sito de “La Stampa”, ottenuto da due inviati a New York in rispetto – tengono a sottolineare – del “Freedom of Information Act”. Si tratta di un documento che nell’aprile 2008 l’ambasciata americana a Roma inviava al proprio segretario di Stato, Condoleeza Rice. Il titolo è «Pranzo con l’attivista italiano Beppe Grillo: “Nessuna speranza per l’Italia”. L’ossessione della corruzione» (1), la firma quella dell’ambasciatore Ronald Spogli. Quest’ultimo si spende in una relazione dettagliata del suo ospite, arrivando ad appellarlo come “interlocutore credibile”. Il comico genovese è definito “bene informato, competente sulla tecnologia, provocatorio e grande intrattenitore”. Inoltre gli viene riconosciuto di essere “unico per denuncia della corruzione nella vita pubblica, ricorso al web e appello agli oppressi”. Insomma, una sorta di Masaniello dell’epoca della Rete. E proprio con Masaniello, stando alla relazione di Spogli, Grillo condivide la parvenza popolana e marinaresca. Il diplomatico lo descrive, infatti, con “una capigliatura selvaggia e un aspetto quasi da portuale”.

Un Masaniello controverso.
Folclore a parte, quegli elogi di Spogli lasciano emergere però una differenza sostanziale tra l’agitatore di folle napoletano e Grillo. Fa strano, del resto, pensare che un contestatore del sistema possa godere dell’apprezzamento di chi il “sistema” lo incarna per antonomasia: l’establishment statunitense. È come se nel Seicento Masaniello, mentre si agitava contro la pressione fiscale imposta dai viceré spagnoli ai sudditi partenopei, riceveva il benestare di Madrid.

Ora Grillo prova a sminuire la sua palese contraddizione, abile a presentare il telegramma soltanto come un prestigioso attestato. Lo stesso istrione che autorizza l’ingresso sul palco di San Giovanni ai soli giornalisti italiani di Sky Tg24 del magnate (tutt’altro che anti-sistema) Rupert Murdoch, ammette anche di aver salutato Spogli promettendogli di tener fede alla segretezza dell’incontro. Ulteriori elementi che scatenano i sospetti dei più maliziosi.
Diceva Giulio Andreotti, testimone storico di una fase in cui l’ingerenza atlantica sull’Italia fu oltremodo intensa oltre che esponente di spicco di quel sistema di potere di cui Grillo è nemico giurato: “A pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca”.

(1)http://www.lastampa.it/2013/02/12/aprile-Re0niEG9gMpvYus3A4hCDJ/pagina

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