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Fine vita: un dibattito perennemente aperto

Salvo Ardizzone on 25 settembre 2017 - 04:55 in Cronaca, Primo Piano

Il dibattito sul fine vita continua ad essere perennemente aperto, specialmente in Italia. La nostra Nazione infatti sembra dover fare i conti con mille reticenze e tabù, di ordine politico o religioso o a volte di entrambi. La laicità del nostro Stato continua ad incontrare ostacoli su ostacoli, quando si tratta di affrontare temi nei quali l’ingerenza religiosa o l’orientamento culturale di certa politica conservatrice, affondano le proprie zanne, strenuamente intenzionate a non mollare la presa.

Un diritto civile come quello dell’eutanasia pare ancora scandalizzare quella parte di eletti ed elettori, che poi non mancano di fare facce contrite di fronte alla notizia del suicidio di qualche malato terminale, disperato e stanco di soffrire e subire terapie dolorose, quanto perfettamente inutili. In particolare i seguaci del ministro Alfano che, con migliaia di emendamenti, stanno di fatto bloccando l’iter della legge sul biotestamento in commissione Igiene e Sanità.

Negli scorsi giorni l’Associazione Luca Coscioni ha rivolto un sentito appello alla presidente della commissione, l’esponente del Pd Emilia Grazia De Biasi, al fine di far approdare il testo sul fine vita direttamente in Senato, prima della fine della legislatura. Eppure il testo fu approvato a larghissima maggioranza alla Camera. Adesso rischia di perire sotto la coltre asfissiante degli emendamenti bigotti degli alfaniani.

Non sembra andare così nel resto d’Europa. In Belgio, ad esempio, ben 15 ospedali cattolici, facenti capo alla congregazione dei “Fratelli della carità”, ha dato risposta negativa all’ultimatum del Vaticano che vietava di fatto alle strutture la pratica dell’eutanasia, pena sanzioni canoniche per i religiosi impiegati negli ospedali stessi. Una risposta ferma e motivata dal fatto che la pratica dell’eutanasia, nei casi di riconosciuta ed insopportabile sofferenza, è perfettamente in linea con la pietas cristiana.

Cosa vieta all’Italia di essere altrettanto ferma nel disciplinare e finalmente rendere operativo il diritto di ognuno di decidere della propria sorte, del proprio fine vita, ed evitare quell’accanimento terapeutico che così poco sembra avere di umano e pietoso?

Cosa spinge alcuni nostri connazionali come il quarantenne Fabiano Antoniani alias dj Fabo, rimasto cieco e tetraplegico a seguito di un grave incidente stradale o il sessantaduenne ingegnere di Albavilla, affetto da una profonda depressione, ad andare fino in Svizzera per porre fine alle proprie sofferenze, seppur di diversa natura?

Il radicale Marco Cappato, che ha accompagnato lo sfortunato dj Fabo nel suo ultimo viaggio è stato addirittura rinviato a giudizio dalla procura di Milano per aiuto al suicidio. Un’occasione che l’esponente radicale, pur rischiando una condanna, considera utile per riaccendere un dibattito sul fine vita che rischia in ogni momento l’asfissia perbenista e bigotta.

“Il processo sarà l’occasione per difendere il rispetto della libera e consapevole scelta di Fabo d’interrompere una condizione di sofferenza insopportabile” ha dichiarato Cappato.

I promotori della legge sul testamento biologico, nella speranza di una graduale accettazione della tematica all’interno delle paludi parlamentari, in sede di presentazione del disegno avevano deciso di separarla dall’eutanasia. Ciò non è bastato a far desistere i paladini dell’emendamento, i quali, dall’alto delle loro fiere cavalcature crociate, non sembrano considerare il fatto che una legge del genere, se non altro, farebbe diminuire sensibilmente gli oltre mille suicidi messi in atto ogni anno in Italia da malati perlopiù terminali, la cui unica “colpa” è voler decidere sulla sostenibilità e dignità del proprio fine vita.

Non sembrano considerare nemmeno l’art. 32 della Costituzione, il quale recita che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario”. E sicuramente, come trattamenti sanitari dovrebbero intendersi l’alimentazione e l’idratazione artificiali, rinunciabili come tali dal paziente proprio in virtù della sopra citata norma costituzionale.

Non ritengono degno di considerazione, neanche quell’80% della popolazione che sembra essere a favore della legge. Si, perché l’Italia, a dispetto di quel che certi politici o religiosi possano pensare, è ancora un paese in grado di riconoscere un diritto civile, in grado di dare dignità alla vita intesa nel suo intero ciclo e dunque anche alla sua fine.

di Massimo Caruso

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