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Finanza Usa: il potere che dissangua il mondo

Salvo Ardizzone on 18 aprile 2017 - 04:25 in Focus, Primo Piano

La finanza Usa, o meglio, occidentale, è il potere che nei fatti domina il mondo, condizionando entità statali e sovranazionali unicamente per realizzare il proprio massimo profitto.

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Nel linguaggio comune, e non solo, siamo abituati a indicare gli Stati come l’origine delle proprie politiche estere o economiche; nella realtà, e più che mai nel caso degli Usa, l’entità statale è solo la struttura di cui si servono i vari centri di potere che la utilizzano, talora contendendosene l’uso.

Centri di potere per definizione sovranazionali, che usano gli Stati piegandoli ai propri interessi per esercitare il proprio predominio ed attraverso di esso il massimo sfruttamento possibile, perché i fini delle Istituzioni finanziarie sono totalmente avulsi, diremmo opposti, dalle esigenze dei cittadini.

Il sistema plasmato dal modello di sviluppo indicato dalla finanza Usa è appunto la globalizzazione che ha come naturale sviluppo il liberismo, e più è sfrenato e privo di regole, più aderisce al meccanismo di un mondo organizzato per essere sfruttato.

In questa ottica di asservimento planetario, i poteri finanziari tengono nell’area del cosiddetto mondo civilizzato la gran parte dei servizi, soprattutto quelli ad alto contenuto tecnologico e finanziario, lasciando la produzione di materie prime e beni agli altri Paesi, dove manodopera a basso costo produce grandi quantità di beni generalmente mediocri, ma in ogni caso incapaci di generare un alto profitto.

I capitali che derivano dalla produzione di materie prime (petrolio, gas, metalli pregiati) o dalla vendita di grandi quantità di merci (vedi esportazioni cinesi) nel mondo globalizzato non sono una ricchezza in sé, quanto una materia prima a basso costo visto i tassi attuali, che diviene capace di moltiplicarsi enormemente se utilizzata in maniera speculativa attraverso la tecnologia finanziaria appannaggio della finanza Usa o comunque occidentale.

D’altronde, il controllo dei movimenti di capitale e del loro utilizzo, determina il controllo delle tecnologie e dei sistemi industriali avanzati, dunque del potere reale che sempre di più si è trasferito dai Governi alle Istituzioni finanziarie o industriali sovranazionali.

In un simile scenario, la “politica”, o quello che per essa si vuol intendere, è usata strumentalmente per varare e/o giustificare i provvedimenti più utili al sistema e a mantenerne l’impianto iperliberista, a prescindere dalle esigenze della popolazione. Ma tutto ciò ha la conseguenza di una società sempre più marcata da mostruose diseguaglianze; ciò che produce ricchezza non è più il lavoro, ma il capitale trattato da intermediari il cui potere (e ricchezza) aumenta esponenzialmente.

Il fenomeno è amplificato da politiche essenzialmente mirate sull’aspetto finanziario e monetario, e dunque l’ossessione sul “rigore”, che per definizione produce recessione; la richiesta alle imprese di produrre utili a brevissimo termine, l’opposto di ciò che serve per lo sviluppo reale; la libertà lasciata ai mercati, nella folle convinzione che possano autoregolarsi, mentre essi tendono al massimo profitto anche a costo di autodistruggersi.

Questo meccanismo mette in atto una colossale ridistribuzione della ricchezza, togliendola a tantissimi (ciò che era la classe media oltre a un peggioramento complessivo per tutti) e concentrandola su pochi, pochissimi. In breve, aumentano a dismisura i ricchi che non lavorano e i poveri che lavorano, perché la ricchezza finanziaria è assai maggiore del reddito complessivo da lavoro, ma la prima è concentrata su pochi, mentre la seconda, pur assai minore, è dispersa su tantissimi.

Le crescenti diseguaglianze mettono a rischio le società e, senza un solido tessuto di valori condivisi, lasciano spazio a spinte disgregatrici e populiste. Ciò è reso possibile dalla distruzione delle ideologie, intese come sistemi di valori atti ad orientare le scelte, e dall’affermazione dell’iperliberismo, riconosciuto quale unico sistema economico di riferimento malgrado gli infiniti disastri perpetrati in suo nome, perché è il più conveniente per lo strapotere della finanza Usa.

Per dirla con Braudel, il mondo è immerso nella seconda fase del ciclo di accumulazione, quella della finanziarizzazione dell’economia: il capitale fugge dagli impieghi reali e corre verso gli strumenti finanziari, creando bolle speculative che, scoppiando, creano depressione e colpiscono un’umanità sempre più povera, lasciando i ricchi sempre più ricchi.

Per comprende quanto tutto ciò sia vero, basta vedere quanto siano cresciuti i miliardari dal 2007, il periodo della crisi, e constare che alla fine del 2015 le attività finanziarie globali erano pari a 741mila Mld di $; di essi, solo 249mila riguardavano la produzione di beni o servizi, gli altri 492mila si riferivano a strumenti “costruiti” che nulla avevano a che vedere con industria, commercio ed altre attività reali.

In sostanza, l’economia fondata sulla produzione di beni reali sta morendo, uccisa dallo spostamento continuo di risorse verso quella finanziaria, ovvero virtuale, operato dal modello imposto dalla finanza Usa; tale fenomeno impoverisce e restringe la base produttiva, aumentando il disagio e la povertà anche in presenza di un grande incremento del Pil, il più bugiardo degli indicatori, perché la ricchezza è concentrata in poche, pochissime mani.

Disagio e povertà accresciuti dal crescente disinteresse indotto nei Governi verso il welfare; esso è considerato un costo per tutelare una classe lavoratrice ritenuta sempre più inutile nel contesto di un’economia plasmata dalla finanza Usa e dai suoi modelli. La minore domanda di manodopera e la crescente prevalenza della ricchezza accumulata rispetto al reddito da lavoro, distrugge i meccanismi di protezione sociale, ritenuti da una logica puramente utilitaristica un semplice fardello da scaricare.

Insomma, quello imposto dalla finanza Usa è un sistema che divora se stesso e corre verso la propria distruzione; imbrigliarlo, controllarlo e tassarlo si poterebbe a volerlo, ed è fasulla la scusa che così si farebbe un danno perché quei capitali fuggirebbero altrove: se scappano quelli speculativi poco importa perché non hanno alcun impatto sull’economia reale, quella da cui dipende il benessere della gente.

Separare le banche che investono in attività produttive da quelle impegnate in attività finanziarie, e agevolare le prime; limitare e regolamentare gli strumenti finanziari derivati non basati su attività commerciali o produttive; limitare il gigantismo dei mercati, funzionale a concentrare il controllo in poche mani sottraendolo a quello degli Stati; spingere per un ragionevole salario minimo garantito, che redistribuirebbe la ricchezza e stimolerebbe i consumi; sono tutte cose che si potrebbero fare a volerlo come molte altre ancora, e per inciso, potrebbero dare un significato a una Ue che è il più grande mercato globale di beni e servizi, e si limita a obbedire agli interessi della finanza Usa. Appunto, a volerlo.

di Salvo Ardizzone

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