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Il dramma delle donne in Congo

Redazione on 17 novembre 2018 - 01:43 in Africa, Primo Piano

Quest’anno in Congo sono state stuprate 15mila donne, molte erano bambine. E’ questo il titolo del bel reportage di un giornalista free-lance, Daniele Bellocchio, che con le sue parole e le foto di Marco Gualazzini, riesce a comunicare l’inferno vissuto nell’ex Zaire dalla popolazione femminile che, dopo aver subito ogni genere di violenza viene anche marchiata come “colpevole” e allontanata.

congoL’apogeo di tutte le tragedie di un intero continente è la Repubblica Democratica del Congo, che ha visto sei milioni di morti in vent’anni di conflitto, genocidi silenziosi, cessate il fuoco mai rispettati, quasi cinquanta gruppi armati, massacri etnici e saccheggi, Aids e bambini soldato. Tanti sono i campi di battaglia, ma quello su cui si concentrano le peggiori atrocità concepite da irregolari, banditi e miliziani è il corpo delle donne.

Così il Congo tortura le sue donne

Oltre la fatica di trasportare sacchi di carbone da 60 chili verso il mercato, di lavorare nei campi e in casa perché il lavoro è prerogativa femminile, nei piccoli villaggi psicosi e paura in ogni dove, madri che scappano, donne che richiamano i figli. Le motivazioni di questo clima si capiscono incontrando Zawada Bagaya Bazilianne, consulente legale che lavora nel villaggio. “Ciò che è successo qui, dal 2013 al 2016, è un fatto che dovrebbe scioccare il mondo; dovrebbe togliere il fiato a tutti: 44 bambine, dai 2 agli 11 anni, sono state prelevate di notte, condotte nella foresta e poi ripetutamente violentate da uomini armati. Il territorio è pieno di gruppi “ribelli” e gli autori delle atrocità risultano essere stati  miliziani del deputato provinciale Frédéric Batumike, che ora è in carcere con i suoi 74 uomini ed è in attesa di essere processato per violenza sessuale e crimini contro l’umanità”.

La ragione? Probabilmente una credenza magica. Le indagini fanno supporre che sia stato uno stregone a dire a questi uomini di violentare delle vergini, perché così facendo avrebbero ottenuto protezione dai proiettili in battaglia e trovato delle vene d’oro, là dove fosse stato versato il sangue delle bambine. Inoltre, in molti credono che il rapporto con una donna illibata sia una cura contro l’Hiv.

La piaga dello stupro nell’ex Zaire ha iniziato a diffondersi alla fine degli anni ’90, in corrispondenza con la seconda guerra congolese. È in quel periodo che si sono registrati i primi casi di abusi sistematici e torture. Donne violentate e poi seviziate: un’arma da guerra che poi è dilagata nel tempo come una metastasi. Tanto che, leggendo le stime delle Nazioni Unite, si scopre che nel 2015 ci sono stati 15mila casi accertati di violenze sessuali.

Il chirurgo Denis Mukwege racconta la sua storia e la situazione attuale. Il medico congolese, candidato al Nobel per la Pace nel 2014 e vincitore nello stesso anno del premio Sakharov, è uno dei simboli della lotta contro la violenza sessuale.Per fermare questo crimine bisogna combattere l’impunità di cui godono gli stupratori; poi occorrerebbe una vera volontà politica, nazionale e internazionale, di mettere fine al saccheggio delle materie prime del nostro Paese e, quindi, ai conflitti per il sottosuolo che dilaniano la nostra nazione. Inoltre, bisogna capire che gli stupri non distruggono solo il fisico di chi li subisce, ma l’intera società. Le donne, dopo essere state abusate, vengono considerate colpevoli per ciò che è successo loro: vengono ripudiate dai mariti e i figli restano abbandonati a se stessi. E a commettere queste atrocità non sono solo dei banditi o dei “ribelli”, ma anche chi dovrebbe impedire che avvengano”.

Il reportage si conclude con altre testimonianze devastanti di donne derise e additate dalla comunità come “le stuprate”, come donne facili che sono andate a cercare quello che poi è successo, come donne di cattivo esempio, praticamente prostitute.

La nascita di una bambina, in un Paese come la Repubblica Democratica del Congo, non è quasi mai un momento di gioia. Ogni madre, in un posto così, sa che un maschio avrà più possibilità, avrà più speranze di sopravvivere, avrà probabilmente una vita migliore. Per questo ogni madre spera, in fondo, che il figlio sia maschio, spera di risparmiare alla vita che sta per nascere la convivenza con la paura costante, il peso continuo che una donna si porta dietro, il rischio incessante di essere sfruttata, degradata, abusata, violata.

di Cristina Amoroso

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