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Elezioni in Algeria: sfiducia e rassegnazione

Salvo Ardizzone on 18 maggio 2017 - 04:38 in Africa, Primo Piano

A inizio mese, il 4 maggio, si sono tenute le elezioni in Algeria, un rito logoro a cui ormai non crede più nessuno; infatti, malgrado gli appelli e le pressioni delle autorità, il dato ufficiale dell’affluenza s’è fermato al 38,25%; ma attenzione, abbiamo detto ufficiale perché nessuno crede ai numeri diramati dal Ministero degli Interni, paradossalmente neanche i partiti al potere.

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Questa massiccia disaffezione è una protesta silenziosa, l’unica possibile contro un Sistema bloccato, pensato per autoperpetuarsi all’infinito. L’analisi dei risultati delle elezioni in Algeria non serve a capire l’umore dell’elettorato, vista la situazione non è dentro le urne che si comprende, quanto i rapporti di forza dentro il “Pouvoir”, il Sistema di potere sclerotizzatosi nel corso dei decenni.

Al suo interno, l’Fln ha perso molti seggi, segno di uno scollamento non solo dalla società, quello è evidente comunque, quanto da molti ambienti che “contano”, ma conserva comunque la maggioranza relativa e, grazie agli altri partiti gestiti in proprio dalle anime del potere quando non direttamente dai Servizi (vedi il Movimento Popolare Algerino), si è assicurato ancora una volta una maggioranza schiacciante, riproponendo un esito che è un’invariabile costante delle elezioni in Algeria. Gli stessi due partiti islamisti, malgrado un leggero aumento, insieme arrivano appena a 48 seggi, assolutamente ininfluenti.

Ciò di cui si parla assai poco in Occidente, figurarsi, è che l’Algeria è retta da decenni da un Sistema di potere corrotto, cristallizzatosi attorno all’Fln (che da molto tempo è tutt’altra cosa da quello che cacciò i Francesi nel 1962) e ai suoi stretti alleati. Un Sistema bloccato, condannato a rimanere immobile per non crollare, e che s’affida ancora a un ottuagenario ormai da tempo inabile, l’attuale presidente Bouteflika, come paravento dietro cui rimanere abbarbicato al potere.

Un Sistema largamente inefficiente, che per inettitudine e immobilismo sta mandando in malora l’estrazione delle enormi risorse energetiche di cui pur dispone (e su cui si basa essenzialmente l’economia algerina), che risulterebbero preziose per l’Occidente in questo periodo travagliato, soprattutto quelle di gas. Un Sistema che si basa su una pioggia di aiuti, sussidi e sovvenzioni ad una popolazione in crisi ridotta a vivere in larga parte su di essi, ma sempre meno sostenibili per un’economia asfittica quale è da tempo quella algerina.

A parte un controllo capillare degli apparati di sicurezza e la repressione brutale d’ogni tentativo di rivolta, l’unico motivo che ha impedito il dilagare di un contagio eversivo e la conseguente implosione del Sistema, è il ricordo della guerra civile, un buco nero che gronda sangue nella storia algerina.

Il 1991 fu l’ultima volta che le elezioni in Algeria segnarono una voglia di cambiamento; ma allora la vittoria del Fronte Islamico di Salvezza fu semplicemente rifiutata dall’Esercito e dagli apparati di sicurezza, che ribaltarono il responso delle urne aprendo a un decennio di orrori che devastò il Paese producendo centinaia di migliaia di vittime. Vaccinati da quell’esperienza terribile, la popolazione si rifugia ora in una rancorosa apatia piuttosto che provare ad usare ancora le elezioni in Algeria per tentare di cambiare radicalmente le cose.

È tuttavia un fatto che il crescente degrado economico del Paese, e la mancanza di una figura di riferimento all’interno del “Pouvoir” (Bouteflika è solo un ripiego a tempo in mancanza d’altro), condurrà necessariamente all’implosione di un Sistema da troppo tempo bloccato, con esiti potenzialmente devastanti per la residua stabilità del Nord Africa e del Mediterraneo.

   di Salvo Ardizzone

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