Egitto in bilico fra militari e terroristi

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In Egitto è in corso da anni una crisi assai più profonda di quanto non appaia; il Paese è sospeso fra il potere assoluto dei militari, esercitato con brutale violenza, e lo scoppio di una nuova rivolta dovuta alla disperazione della popolazione, ma che stavolta sfocerebbe nel caos più completo.

Dopo la caduta di Mubarak, nel 2011, e una breve transizione guidata dalle Forze Armate, la vittoria alle elezioni del 2012 portò la Fratellanza Musulmana al potere. Con tutti i suoi errori e le sue contraddizioni, si trattava comunque di una forza politica largamente radicata nella società egiziana, ma in capo a soli 11 mesi le manifestazioni dei “Tamarrud” del giugno-luglio del 2013, ispirate e largamente manipolate dallo Stato Profondo egiziano, condussero alla destituzione di Mohammed Morsi, piaccia o no un Presidente legittimamente eletto.

Dalla presa del potere, e ancor più dalla sua elezione alla Presidenza del 2014, al-Sisi ha instaurato in Egitto un sistema di potere autoritario basato sulla violenza, l’intimidazione politica e giudiziaria, la politicizzazione della religione e un controllo totale di un’economia dirigista e dell’informazione.

È universalmente nota la persecuzione nei confronti di oppositori o semplici dissidenti, che ha riempito le carceri con decine di migliaia di arresti arbitrari, ha generato una miriade di processi pilotati, ha visto la tortura applicata come normale mezzo d’interrogatorio e la sparizione di una miriade soggetti. Un tale sistema ha decapitato in Egitto qualunque movimento politico alternativo, e soprattutto la Fratellanza Musulmana, la cui leadership superstite è costretta all’esilio in Turchia o Qatar, o a sconfessare se stessa e i propri capi per evitare ulteriori persecuzioni.

Meno noto è l’uso politico della religione da parte di al-Sisi, per costituire una legittimazione del potere e una base di consenso sociale attraverso “sermoni di Stato”, la messa all’indice di imam riluttanti ad allinearsi, i pesanti condizionamenti sugli altri. Nei fatti, solo al-Azhar con la sua Università e la Moschea, grazie al prestigio indiscusso di cui gode in Egitto e in tutto il mondo arabo, è riuscita a mantenere la sua piena indipendenza.

In questo clima, in cui gli spazi per un’opposizione alla luce del sole sono esclusi, proliferano gruppi e movimenti di ogni tipo che, privati di sbocchi politici, si rivolgono alla violenza come mezzo di lotta. A tutti questi lo Stato risponde con la repressione dei suoi apparati e della Magistratura, ormai ridotta a appendice di un regime che nello stato di emergenza eternamente rinnovato trova la legittimazione delle proprie azioni, parificando tutti a terroristi.

Non è esagerato dire che in Egitto la violenza è ormai divenuta strumento capillare di controllo sociale, per un regime solo apparentemente saldo e coeso. A parte che all’interno del blocco di potere esistono diversi gruppi in lotta per il controllo (e lo sfruttamento in proprio) delle risorse del Paese, sono due i temi principali che possono collassare il Sistema al-Sisi e farlo implodere: la drammatica situazione economica e il terrorismo, meglio, la percezione dello stesso e le sue conseguenze.

A parte il Pil, che è l’indicatore più bugiardo e nulla impatta sulle condizioni della popolazione, tutti gli altri indicatori macroeconomici indicano un Paese paralizzato; in Egitto la produzione e le esportazioni sono calate, come pure il turismo, in ginocchio sotto i colpi del terrorismo, e l’attrazione per gli investimenti esteri.

Inutile ricordare il raddoppio del Canale di Suez e la scoperta di colossali giacimenti di gas; gli 8 Mld (forniti da Riyadh) spesi per il Canale danno ritorni ingenti, ma spariscono ingoiati da uno Stato pletorico quanto corrotto e poco o nulla arriva alle masse disagiate delle sterminate periferie del Cairo. Allo stesso modo, il gas che promette tanto è un dossier futuro che non ha ancora prodotto frutti, e quando lo farà è da vedere in che maniera sussidi e aiuti arriveranno alla popolazione (di sviluppo vero in Egitto, un sistema che si basa sul controllo-ricatto sulla gente, è assai difficile parlare), sempre più scontenta e disperata.

Una situazione drammatica di suo ed aggravata dall’impossibilità di varare alcuna riforma seria, visto l’enorme peso che sull’economia hanno i gruppi di potere dell’Esercito e a loro collegati, che paralizzano e dissanguano ogni attività produttiva.

E qui si viene al discorso terrorismo: al-Sisi ha largamente sfruttato la minaccia terroristica per giustificare una brutale repressione, ma col passare del tempo e l’aggravarsi della situazione economica e sociale, i gruppi del terrore hanno avuto buon gioco ad espandersi fino a minacciare l’intero Egitto, ed a colpire sia le principali attività che danno un reddito alla popolazione (turismo in primis), che la minoranza copta, allo scopo dichiarato di determinare il collasso socio-economico del Paese.

Al-Sisi ha cercato di sfruttare strumentalmente la lotta contro il Wilayat Sinai (Ws), ovvero l’Isis, per accreditarsi sulla scena internazionale e per giustificare le sue mire sulla Libia, dove, attraverso il generale Haftar, intende controllare la Cirenaica e le sue enormi risorse. È un fatto che abbia stretto solidi rapporti con Russia e Israele, oltre a quelli tradizionali con le petromonarchie del Golfo (a parte gli alti e bassi con Riyadh), come è pure un fatto il crescente interesse con i principali attori asiatici come Cina e India, ed è ancora un fatto il corteggiamento ipocrita dei Paesi europei, Francia in testa, per le implicazioni energetiche in Libia e nel Mediterraneo, in barba ad ogni considerazione su un regime brutale e sanguinario.

Ma al-Sisi è e resta un rais a capo di un Egitto debole, socialmente fragile e con un’economia prossima al collasso, incapace di dare stabilità ad un Paese che gli si sta sbriciolando fra le mani. Una nuova tempesta perfetta, manna per chi punta alla destabilizzazione in Medio Oriente e nel Mediterraneo, per ampliare i propri spazi di manovra e i propri interessi.

di Salvo Ardizzone

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