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Egitto: il futuro del Paese in balia del turismo

Salvo Ardizzone on 24 luglio 2017 - 04:52 in Africa, Primo Piano

È un fatto che in Egitto il turismo sia l’unica fonte che assicuri la sopravvivenza a una parte rilevante della società. Certo, esistono almeno altri tre settori a portare risorse al Paese: idrocarburi, Canale di Suez e gli interessati aiuti internazionali, ma passano tutti attraverso il Governo e le sue fameliche oligarchie, non impattano direttamente sulla popolazione.

Il Sistema Egitto sconta una sovrappopolazione concentrata essenzialmente lungo il Nilo e nel suo Delta, gli unici luoghi abitabili del Paese, e sconta pure (e soprattutto) uno Stato corrotto, largamente in mano alla casta militare, una burocrazia anch’essa profondamente corrotta, elefantiaca quanto inefficiente e squilibri enormi, fonti di continua destabilizzazione che al-Sisi ed il suo gruppo di potere cercano di tamponare usando il pugno di ferro.

In un simile cotesto, le royalties di petrolio e gas, che con le nuove scoperte dell’Eni promettono tantissimo, entrano e ancor di più entreranno a fiumi nelle casse dello Stato, ma è assai dubbia la misura in cui saranno redistribuiti fra la popolazione in termini di beni e servizi.

Discorso analogo per i pedaggi delle navi che passano per Suez, salati ma sempre più numerosi tanto da aver imposto il raddoppio del Canale; anche questi giungono assai diluiti alla gente, dopo, assai dopo, le crescenti pretese della casta militare che domina il Paese e le oligarchie economiche che l’affiancano nello spolparlo.

Per quanto riguarda gli aiuti internazionali (meglio sarebbe definirli regalie per comprare al-Sisi e chi gli sta accanto, elargiti per manovrare la politica estera di un Paese che, con tutti i suoi tanti guai, è pur sempre il più popoloso Stato arabo) per i loro stessi scopi sono quelli che meno sono destinati ad arrivare agli egiziani.

Arabia Saudita, Emirati ed anche gli Usa hanno assicurato un fiume di denaro, ma un fiume incerto, che alterna piene a periodi di magra in funzione delle convenienze. Lampante è l’esempio delle donazioni di Riyadh, soggette a repentini blocchi a seguito del rifiuto egiziano d’impantanare la propria fanteria sulle pietraie insanguinate dello Yemen nella fallimentare aggressione saudita, o per la vicinanza ad Al-Assad manifestata dal Cairo.

Come detto, in Egitto l’unico settore capace di dare una speranza di sussistenza alla popolazione è il turismo, nel quadro di un’economia in declino, che con buona pace degli interessati estimatori non si è mai ripresa dalla crisi conseguente alla cosiddetta “Primavera araba”. Una risorsa obbligata ma fragile, assai facile da colpire per chi ha interesse a destabilizzare il Paese, sia per le sue caratteristiche sia perché concentrato in sole tre zone oltremodo vulnerabili.

I resort del Mar Rosso, accentrati nei poli di Sharm el-Sheik, Nuweiba e Dahab, sulla costa del Sinai, hanno alle spalle un territorio desertico preda di un terrorismo sanguinoso, che trova alimento nella dissennata repressione di un Esercito che non riesce a controllare il territorio neanche con il pesante intervento di Israele. La cieca brutalità sulle tribù beduine e la totale mancanza di prospettive per esse sono le esche perfette in mano a chi ha tutto l’interesse a destabilizzare un Egitto fragile quanto essenziale nel Grande Gioco del Medio Oriente.

La stessa Capitale e le necropoli di Giza, seconda area essenziale per il turismo, hanno alle spalle venti milioni di abitanti ammassati nella gran parte nei soffocanti quartieri popolari del Cairo, dove le indescrivibili condizioni di degrado rendono assai semplice l’arruolamento di disperati. Né nella terza area, quella archeologica del sud di Luxor e Assuan, le cose sono messe meglio, con la disperazione della popolazione nubiana messa dinanzi a un turismo che gli interessati manovratori del terrore hanno gioco facile a dipingere come il nemico, causa del loro degrado, della loro abiezione.

Per questo in Egitto gli attacchi terroristici sono divenuti una costante; d’altronde, non ci vuole molto ad organizzarli, basta qualche elemento isolato, sacrificabile senza problemi; ad amplificare l’attacco pensano i media occidentali, dando all’episodio una risonanza più che sufficiente ad influenzare negativamente le scelte dei potenziali turisti.

In Egitto è in atto una strategia: se la casta militare che lo governa non può essere condotta alla docile obbedienza agli interessi di chi il terrorismo lo manovra, il Paese deve essere destabilizzato; le condizioni precarie costringeranno chiunque governi ad obbedire per avere aiuto, alla peggio sarà il caos da cui far emergere un altro regime più funzionale. È la ricetta da anni in uso in quell’area; dei Popoli a chi importa?

di Salvo Ardizzone

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