Ecuador, un Paese sotto il ricatto economico della Cina

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di Salvo Ardizzone

L’Ecuador è un piccolo Paese che, grazie alle tante risorse naturali (petrolio e rame), ha cercato d’imboccare una sua via d’emancipazione dalla miseria e da un’arretratezza antica; una serie di politiche che negli ultimi anni hanno diminuito di molto il tasso di povertà, anche se esso ancora resta altissimo fra le popolazioni della Sierra. Il fatto è che nel 2008 il Paese è stato investito dalla crisi che ha scosso il mondo ed è arrivato sulla soglia del default, salvato solo dagli ingenti prestiti della Cina che, attraverso quelli, controlla ormai quasi per intero la sua produzione petrolifera, e non solo.

Pechino è più che mai assetata d’energia e ora che ha preso in mano l’industria estrattiva ecuadoriana, chiede di più. Il presidente Correa, stretto fra un debito sempre più difficile da gestire e le richieste sempre più pressanti (e pesanti) del colosso di cui è debitore, ha dichiarato che, in assenza di nuove scoperte di petrolio e di un loro sfruttamento più intensivo, lo Stato crollerà entro il 2020. Per questo, nell’aprile scorso, Quito ha messo all’asta 3 milioni di ettari di foresta tropicale, fra cui lo Yasuni National Park, un’area nel cuore dell’Amazzonia che ospita diverse tribù indigene e vanta una delle più ricche biodiversità del pianeta, ma che ha sotto ingenti giacimenti accertati.

Le aste per l’aggiudicazione dei lotti vanno per le lunghe, sia perché le offerte sono tutt’altro che soddisfacenti (visto lo stato di bisogno di chi le offre), sia per le forti proteste delle organizzazioni indigene. Correa, da tempo aveva cercato di salvare la faccia, dichiarando che sarebbe stato ben felice di evitare le estrazioni, a patto che la comunità internazionale si fosse fatta carico di compensare, almeno in parte, i mancati ricavi petroliferi, ed ha istituito un fondo apposito per le donazioni, lo Yasuni Ltt. In realtà, già nel 2010, mentre Quito si sgolava per ottenere aiuti, era già stato elaborato un accordo con PetroChina che le garantiva le migliori concessioni petrolifere in cambio d’un prestito iniziale d’un miliardo di dollari.

Al dunque, nel 2013, come largamente previsto, le donazioni ascendevano a circa 35 ml a fronte di 3,6 Mld preventivati; Correa, dichiarandosi dispiaciuto che la comunità internazionale, negando l’aiuto, s’era dimostrata insensibile ai danni ambientali che ne sarebbero derivati, liquidò lo Yasuni Ltt e fece approvare al Congresso una mozione che autorizzava le estrazioni.

La mobilitazione delle organizzazioni indigene e umanitarie è servita a poco, e una petizione per un referendum è stata respinta dal Consiglio Nazionale dopo che le autorità locali hanno convalidato solo 360mila firme delle 850mila raccolte. Ora la Petroamazonas (con PetroChina dietro) s’è aggiudicata la concessione dei campi migliori nel cosiddetto blocco Itt e l’estrazione dovrebbe iniziare già nel 2016.

In realtà tutto era già scritto: uno studio di immagini satellitari svolto da ricercatori dell’Università di Padova ha dimostrato che i petrolieri erano al lavoro da tempo all’interno dello Yasuni, per costruire tutte le infrastrutture (strade, ponti, etc.) necessarie allo sfruttamento dell’area.

A conti fatti, la deforestazione sarà assai maggiore di quanto dichiarato e un territorio unico al mondo verrà stravolto: è un caso emblematico delle contraddizioni che investono non solo l’Ecuador ma l’intero Sud America, che si dibatte fra pubbliche dichiarazioni di rispetto per l’ambiente e per i diritti degli indios da un canto, e il ricatto economico di chi stringe la gola di Paesi con le casse vuote e li costringe a qualsiasi compromesso.

Per guardare in faccia la realtà, l’Ecuador è ormai legato mani e piedi ai finanziamenti di Pechino: oggi, a Quito, sono i miliardi del Dragone a dettare legge; scacciato un imperialismo un altro, diverso ma comunque obbediente a logiche di brutale sfruttamento, s’insinua. 

   

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