E’ ormai guerra aperta tra Draghi e Berlino

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di Salvo Ardizzone

I fatti di questi giorni hanno messo in ombra un appuntamento di rilevanza enorme: il Consiglio Direttivo della Bce che si terrà il 22 gennaio, tre giorni prima delle elezioni in Grecia. Nella riunione, Draghi intende rompere gli indugi e prendere, nella sostanza, la prima vera decisione politica della Ue da molti anni, esautorando di fatto una Commissione inconcludente, paralizzata dall’egemonia tedesca su posizioni economiche suicide.

Il 7 gennaio è suonata l’ultima disperata sirena d’allarme per l’Eurozona: un –0,2% dei prezzi a dicembre che, dopo una costante discesa, segna l’arrivo della deflazione; uno striminzito 0,3% di crescita nel terzo trimestre e un Euro che sul dollaro ha perso il 15% dal maggio scorso. A questo s’aggiungono i dati disastrosi sull’occupazione, gli indici della povertà in crescita vorticosa, la mancanza d’investimenti, che fotografano un Continente intero che boccheggia, inchiodato alle interessate ossessioni di Berlino.

Draghi, che sarà pure un tecnocrate ma è di diversa pasta del suo predecessore Trichet, servizievole strumento della Bundesbank, non ha nessuna intenzione di passare alla Storia come il Governatore che ha gestito l’implosione dell’Euro; i guai dell’Europa li conosce bene e ha invitato più volte Commissione e singoli Stati a cambiare rotta, perché il pericolo è ormai gravissimo, senza che nessuno raccogliesse sul serio i suoi moniti traducendoli in fatti. Così, dinanzi all’inerzia delle Istituzioni politiche, lui, che è un tecnico, alla testa di quella che “dovrebbe” essere l’Istituzione più indipendente dalla politica, la Bce, ha cominciato ad agire da politico.

Già il 2 gennaio, in un’intervista a un giornale finanziario tedesco, l’Handelsblatt, ha dichiarato che dinanzi alla situazione che degenerava, avrebbe tenuto fede al suo mandato andando dritto senza guardare in faccia nessuno. Il nodo immediato è quell’acquisto di titoli di stato dei Paesi in difficoltà (il Quantitative Easing–Qe) per sostenerli, che manda in bestia la Bundesbank e Berlino.

La riunione del 22 gennaio sarà nella sostanza dedicata a questo e cade in un incrocio delicatissimo, tre giorni prima delle elezioni in Grecia che potrebbero dare il via a ripercussioni incontrollabili per l’Euro e per l’intera Eurozona. Germania e i suoi soliti scudieri, come Finlandia e Olanda, hanno già fatto sapere d’essere contrari, ma Draghi ha tagliato corto dicendo che si deciderà a maggioranza, rompendo sulla legge non scritta che vorrebbe decisioni simili prese all’unanimità (cioè rinviate, bloccate e infine completamente snaturate da infiniti compromessi).

Ciò che è d’importanza epocale non è tanto il Quantitative Easing in sé; lo stesso Governatore ha dichiarato in ogni occasione che senza una seria azione della Commissione e dei Paesi membri, i singoli provvedimenti monetari che può mettere in campo non possono risolvere una situazione tanto compromessa. Ciò che è senza precedenti, come accennavamo prima, è l’affermarsi di una visione che vede l’Europa nel suo insieme e non come una somma di Stati, in cui chi pesa di più (vedi ancora Germania) pretende di dettare le regole.

Come conseguenza immediata, c’è la presa d’atto che i mali peggiori per la Ue (e i Paesi che la compongono) sono la mancanza di crescita e la conseguente deflazione, con tanti saluti a rigore e debito che, nel disastroso quadro esistente, devono passare in secondo piano. Inoltre, proprio perché gli Stati hanno ceduto sovranità passando all’Euro, sarà adottato un nuovo modello di governo delle Moneta, basato sulla maggioranza e non più sull’unanimità e sul diritto di veto ( e Weidmann, il Governatore della Bundesbank, pur schiumando di rabbia, dovrà farsene una ragione).

È il paradosso che la Germania non avrebbe voluto vedere mai: la Bce, l’Istituzione europea formalmente più autonoma dalla politica, grazie a ciò si permette di perseguire, almeno in ambito monetario, quelle politiche di cui, nell’ambito della Commissione, la Germania non intende neppure sentir parlare.

Berlino ha tentato di resistere in ogni modo, ed ha puntato su un ricorso presso la Corte Ue sulla legittimità degli acquisti di titoli sovrani effettuati dalla Bce nel 2012, nel pieno della tempesta monetaria che stava per affondare l’Europa. La Corte, per bocca dell’Avvocato Generale, nell’ambito d’un parere preliminare s’è appena pronunciata dicendo che quegli acquisti rispettavano i trattati e che la Bce “ha ampia discrezionalità” nella politica monetaria, sbattendo così la porta in faccia alle tesi di Berlino e spianando la strada al Quantitative Easing.

Draghi, dal canto suo, in un’intervista a Die Zeit, ha rincarato la dose dicendo che “la Bce deve mirare a una politica espansiva che accompagni la crescita”, e ancora, che i Tedeschi devono comprendere che la sua è la Banca centrale di tutta l’Europa (e non della sola Germania) e che non è lì “per provocare vantaggi a questo o a quel Paese”: uno schiaffo bruciante alla BundesBank e alla Cancelliera. 

Non sappiamo quale successo potranno avere le misure di Draghi senza che Bruxelles e i vari Paesi facciano la loro parte, ma è un fatto che, in un’Istituzione basilare come la Bce, lo stucchevole quanto interessato servilismo di manichini come Jean Claude Trichet nei confronti della Merkel sia archiviato. E questo potrebbe fare scuola altrove.    

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