E’ già battaglia per la spartizione delle risorse dell’Artico

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di Salvo Ardizzone

Nell’immaginario collettivo, l’Artico è una distesa di ghiacci, punteggiata ai bordi da qualche isola rocciosa e deserta, perennemente battuta da tempeste; un luogo inabitabile di cui a nessuno può importare nulla. Ma non è affatto così. Non tutti sanno che sotto quei fondali, secondo le stime aggiornate del Us Geological Survey, c’è almeno il 30% delle riserve di gas naturale ancora non sfruttate del globo e il 15% di petrolio. Immense quantità che, assommate ad altre straordinarie risorse minerarie, fanno di quelle aree il Golfo Persico di domani.

Inoltre, in ballo c’è il controllo delle nuove rotte marittime che si stanno aprendo con il progressivo scioglimento dei ghiacci: è il sogno antico dei passaggi a Nord–Est e a Nord–Ovest che si sta realizzando, avvicinando enormemente i Paesi dell’area Asia–Pacifico, in costante crescita e sempre affamati d’energia e di merci, a petroliere e cargo che partissero dall’Artico o che lo attraversassero.

È naturale che i costi d’estrazione sarebbero assai più alti che altrove, ne sanno qualcosa i Russi con i giacimenti siberiani, ma le tecnologie ci sono già tutte e stanno rapidamente progredendo; inoltre, a rendere appetibili quelle aree, gioca molto il fatto che quelli sull’energia sono investimenti strategici, massicci e che si sviluppano in un lungo periodo; altrove, in molti, troppi altri luoghi, tensioni, guerre e instabilità diffusa, mettono a rischio gli impianti e gli enormi capitali che ci sono dietro, mentre lassù ci sono solo i ghiacci e qualche orso.

Per questo sono in corso una serie di dispute fra gli Stati rivieraschi, in merito al controllo delle acque internazionali (per le rotte) e delle rispettive piattaforme continentali (per lo sfruttamento di quanto c’è sotto i fondali).

Il 15 dicembre, la Danimarca, che tramite la Groenlandia (su cui ha sovranità) ha già una vasta assegnazione di aree dell’Artico, ha presentato alla Clpc (Commissione sui limiti della piattaforma continentale) un corposo dossier dettagliato frutto di anni di costose campagne idrografiche, secondo il quale la catena montuosa sottomarina che giunge fino al Polo (dorsale di Lomonosov) altro non è che la continuazione della Groenlandia. Per tale ragione ha richiesto l’ampliamento dell’area sottomarina di propria competenza di quasi 900mila km quadrati, spiazzando Russi e Canadesi.

Mosca, già nel 2001 aveva rivendicato un’ulteriore ampia fetta dell’Artico, includendo il Polo Nord, ma la richiesta, priva di basi documentate, era stata respinta dalla Clpc in attesa di seri approfondimenti; in tutti questi anni, a parte l’atto dimostrativo della missione Arktika 2007, che piantò una bandiera russa sui fondali sotto la verticale del Polo, nulla di serio è stato fornito ed ora la reazione di Mosca è fra il confuso e il risentito, giungendo a far balenare un’occupazione di fatto dell’Artico (e una sua progressiva militarizzazione, peraltro già in corso con la creazione di nuove basi e lo spostamento di numerosi reparti nel Nord della Siberia).

Il Canada, da parte sua, aveva presentato nel 2013 una sorta di dichiarazione d’intenti che rivendicava un’ulteriore area sottomarina fino al Polo, a cui non è seguita alcuna documentazione che solo ora promette di fornire; mentre la Norvegia, dal canto suo, si tiene lontana dalle polemiche ritenendosi appagata dal riconoscimento ottenuto nel 2009, che allargava sensibilmente la propria piattaforma continentale, e dalla soluzione del contenzioso con la Russia sul Mare di Barents.

Restano gli Usa che schiumano rabbia perché, non avendo ratificato la Convenzione sul diritto del mare, non possono avanzare istanze a una Clpc che non riconoscono; sono ormai pienamente coscienti che l’arroganza di non legarsi a quel documento li pone ora fuori dai giochi, ma la loro attenzione per uno scacchiere sempre più strategico va crescendo e c’è d’aspettarsi una iniziativa che li rimetta in ballo.

Sia come sia, la partita per l’Artico, già cominciata in sordina da tempo, è ormai entrata di forza nelle agende internazionali, sotto la spinta di un confronto per il controllo delle risorse energetiche e minerarie sempre più aspro. Lassù, dove non ci sono da temere instabilità né eventi politici traumatici, i giacimenti sono doppiamente preziosi, come lo è la possibilità di sfruttare le rotte commerciali che i mutamenti climatici stanno aprendo.

Sulla scorta di queste considerazioni, tutti gli attori coinvolti hanno interesse a trovare un accordo (che dopo qualche contrasto troveranno di certo, magari a spese dei più deboli) per spartirsi a piacimento le risorse del pianeta anche in quell’ultimo angolo di mondo.             

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