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Difesa dell’ambiente: nel 2017 assassinati 207 attivisti

Redazione on 25 luglio 2018 - 11:52 in Ambiente, Cronaca, Primo Piano

La difesa dell’ambiente ha un costo politico ma anche umano. E’ quello che emerge dal rapporto Global Witness dove si legge che nel 2017 sono stati assassinati 207 attivisti in 22 Paesi ed è un dato emblematico in quanto è il più alto di sempre; il settore più rischioso è quello dell’agroindustria che è il settore relativo alla raccolta e alla trasformazione dei prodotti agricoli mentre la nazione più pericolosa per gli attivisti ambientali risulta essere il Brasile.

ambiente-Ambientalisti-assassinatiSono 22 gli Stati coinvolti nelle uccisioni degli attivisti con la media di quattro omicidi a settimana; il 60% di essi avviene in America Latina questi sono i numeri del rapporto Global Witness secondo cui il 2017 si è rivelato l’anno peggiore per gli attivisti ambientali, superati i 200 morti del 2016, i 185 del 2015 e i 116 del 2014. Per l’Ong però i dati in possesso non sono del tutto veritieri, essi rappresentano solo la punta di un iceberg in quanto la cifra sarebbe ancora più alta se non ci fosse difficoltà a mappare i delitti per via dell’omertà e per l’impunità che aleggia intorno a questi crimini.

Dalle testimonianze di chi ha denunciato si nota come le vittime si trovano da sole ad affrontare una situazione delicatissima; molti sono stati i casi in cui le case degli attivisti che hanno denunciato minacce sono state svaligiate. Emblematico il caso dell’attivista che ha denunciato la presenza di raffinerie di alluminio della multinazionale norvegese Hydro Alunorte che ha messo radici nella città di Bacarena che si trova nello stato di Parà nel nord est del Brasile; l’accusa mossa a questa multinazionale è quella di aver inquinato le falde acquifere.

Ed è proprio il Brasile lo Stato più colpito con 57 attivisti ammazzati lo scorso anno, dietro ci sono le Filippine con 48 morti che porta il macabro record di morti ammazzati nella storia di un Paese asiatico; seguono la Colombia con 24 morti, il Messico con 15 e la Repubblica Democratica del Congo con 13.
Le vittime solitamente sono persone comuni, spesso attivisti ma anche semplici cittadini o contadini che si trovano da un giorno all’altro ad avere a che fare con dei colossi che possono comprare tutto e tutti e distruggere senza problemi vaste aree; funzionari statali corrotti che fanno affari con manager senza scrupoli che guidano le multinazionali senza farsi nessun problema se non quello di ottenere il massimo profitto.

Molte di queste vittime hanno lottato per avere il diritto alla terra, per conservare aree protette e per difendere la biodiversità, la giustizia sociale e contro il cambiamento climatico che rappresentano le basi per la sopravvivenza; il tutto dinnanzi al Dio denaro che ignora qualsiasi regola e se è vero che gli esecutori sono solitamente bande criminali o forze paramilitari, ad assoldarli sono sempre gli Stati o le imprese in un legame inscindibile: governi e multinazionali fanno affari a discapito della vita umana che è vista come un mero ostacolo da aggirare.

E’ un problema che riguarda tutti in quanto molte materie che emergono da questa commistione di delinquenza e malaffare si trovano sugli scaffali dei supermercati, da qui il titolo del report di Global witness: “A che prezzo?”, è la domanda che è stata posta ai consumatori in quanto è il settore agroindustriale ad aver registrato il più alto numero di vittime. Basterebbe andare in un qualsiasi supermercato per rendersi conto che da quel settore provengono prodotti che sono frutto di espropri e violazione dei diritti umani: cibo, prodotti di bellezza, caffè, cacao, avocado, zucchero di canna.

Eppure il report non parla solo di vittime ma anche di chi continua a combattere tenacemente la sua battaglia come Ramon Bedoya, figlio di Hernan che aveva fondato l’associazione Mi Tierra ucciso nel Dicembre del 2017 con 14 colpi di pistola da un gruppo di paramilitari in Colombia. Ramon non si è perso d’animo e continua la battaglia che suo padre ha dovuto abbandonare. Non è facile portare avanti certe battaglie soprattutto quando dinnanzi ci sono delle multinazionali prive di scrupoli; Ken Saro Wiwa è forse il nome più famoso delle vittime che si sono trovate a fronteggiare questi dinosauri del profitto: portavoce delle popolazioni del Delta del Niger si fa promotore del Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni utilizzando la non violenza cerca di ostacolare lo scempio che la Shell sta compiendo in quella zona. Wiwa verrà impiccato dopo un processo farsa del governo.

di Sebastiano Lo Monaco

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