Turchia: Davutoglu, l’ultima vittima di Erdogan

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di Salvo Ardizzone

Giovedì, Ahmet Davutoglu ha annunciato le sue dimissioni da capo del Governo, costretto a darle da Erdogan che non tollerava più la fronda silenziosa del “suo” Primo Ministro; insieme a quella dell’Esecutivo, al congresso del 22 maggio lascerà anche la guida dell’Akp, il partito del Presidente.

Per la Turchia è un terremoto che si aggiunge alla crisi siriana, al terrorismo, al problema curdo, alla crisi economica e occupazionale, al crollo del turismo (fondamentale per il Paese) ed alla crescente deriva autoritaria imposta da Erdogan.

Paradossalmente, il brusco licenziamento di Davutoglu avviene all’indomani dell’annuncio con cui la Commissione Ue dichiarava d’aver accettato la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi; un successo che ha mandato in bestia la suscettibile megalomania del Presidente turco, che non tollera comprimari che gli rubino la scena e che era sempre più insofferente verso il dissenso del Primo Ministro.

I motivi d’attrito s’erano moltiplicati; Davutoglu, a lungo ministro degli Esteri, aveva coniato uno slogan per la sua politica che aveva portato la Turchia al centro delle relazioni mediorientali: “Zero problemi con i vicini”; uno slogan che aveva dovuto fare a pezzi a causa delle politiche imposte da Erdogan, che hanno causato l’isolamento di Ankara. E poi, sui migranti, sulla questione curda, sulla libertà di stampa e perfino sulla riforma costituzionale, fortissimamente voluta dal “sultano”, si era mostrato quantomeno tiepido suscitando la crescente irritazione di un autocrate che ammette solo yesman osannanti.

Alla fine Erdogan, dopo aver imposto l’umiliazione di Dovutoglu al direttivo dell’Akp di cui quest’ultimo era segretario, lo ha messo alla porta non tollerando la sua crescente popolarità, né tantomeno l’immagine dialogante e moderata che tentava di costruire per il suo partito.

Adesso il “sultano” nominerà un suo fedelissimo, un semplice esecutore dei suoi ordini; fra i candidati più probabili c’è Berat Albayarak, suo genero e ministro dell’Energia, già implicato fino al collo con tutta la famiglia Erdogan nel contrabbando del petrolio dell’Isis, uno scandalo presto messo a tacere con la complicità dei media internazionali.

La Commissione Ue si è subito mostrata preoccupata per la sorte dell’accordo sottoscritto sui migranti, a cui si è aggrappata per non mandare in pezzi l’Unione; sa che adesso dovrà trattare senza filtri con un “sultano” sempre più imprevedibile e teme anche che il Parlamento europeo o i singoli Stati pongano ostacoli che, senza la mediazione di Davutoglu, suscitino le ritorsioni di Erdogan.

Comunque sia, all’interno dell’Akp continua a montare il dissenso di quanti vedono la Turchia avviata a una deriva disastrosa, sia sul versante politico che economico, e diffidano di una riforma costituzionale ritagliata sulle mire megalomani del presidente-sultano. Sia l’ex presidente Abdullah Gul che l’ex primo ministro Bulent Arinc hanno avanzato critiche aperte, un sacrilegio per l’entourage di Erdogan, ma sono in diversi i parlamentari dell’Akp, preoccupati del proprio futuro, che sia pur con discrezione le hanno condivise.

Adesso per Erdogan c’è un passaggio critico: convincere tutti i suoi deputati (il cui consenso è necessario per ottenere la maggioranza qualificata richiesta) a concedergli la cambiale in bianco del cambio della Costituzione, permettendogli di incoronarsi sovrano assoluto della Turchia; lo affronterà a modo suo, con l’arroganza e il disprezzo di sempre, e questo potrebbe aumentare le difficoltà.

Se non ci dovesse riuscire, in autunno si andrà a nuove elezioni, le terze dopo quelle del giugno scorso e di novembre; un segnale di profonda instabilità che la Turchia, nelle condizioni economiche in cui si trova, difficilmente potrebbe permettersi.

Quello che rassicura Erdogan è l’inconsistenza dell’opposizione, spezzata dalla repressione messa in atto, imbavagliata dalle leggi liberticide sulla stampa e intimidita da una magistratura di fatto ormai resa funzionale al regime. Il “sultano” ha ormai avviato il Paese su una china autoritaria, verso un’autocrazia; il suo ego delirante ha isolato la Turchia rispondendo con cocciuti rilanci ad ogni fallimento delle sue scelte.

Piaccia o no, è una Nazione che va sbattere contro la Storia che sta cambiando il Medio Oriente.

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