Dall’Iran grande lezione di vitalità democratica

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di Mauro Indelicato

Strani davvero i media occidentali, quantomeno quelli tradizionali; nel giorno delle elezioni in Iran, tutti i video ed i servizi, parlavano di seggi vuoti, gente sfiduciata che non andava alle urne, giovani che boicottavano la competizione elettorale dopo la presunta “repressione” del 2009 e tanti altri elementi che mostravano le presidenziali quasi una farsa messa in scena per legittimare il potere degli Ayatollah.
Il giorno dopo invece, in preda quasi ad una crisi schizofrenica, i servizi erano di tutt’altro spessore: “Ha vinto Rohani, nemico di Ahmanidejad”, “Sconfitti gli Ayatollah”, “Grande partecipazione popolare nel voto che ha sancito l’avvicinamento all’occidente”, erano questi i titoli a caratteri cubitali presenti nei vari media per “salutare” il cambio di guardia a Teheran.

Si può notare in primis, come l’elemento più sbandierato venerdì, nel giorno del voto, era quello del boicottaggio dell’opposizione, anche se non si capiva di quale opposizione si parlava visto che il sistema iraniano non è composto da partiti, non perdendo tempo nel sottolineare la “formalità” di un voto considerato, sempre dall’Occidente, non libero.
L’affluenza è stata invece del 72%; solo per fare un paragone, nelle presidenziali americane si recano alle urne poco meno del 60% degli aventi diritto, nelle elezioni europee l’affluenza non supera mai il 50%, in Italia ultimamente, specie nelle elezioni amministrative, si fa fatica a superare il quorum del 50% + 1. Quindi, un dato come quello sopra riportato, dimostra che nessuna fetta della società iraniana ha deciso di rimanere a casa nel giorno delle elezioni; la competizione elettorale è stata seguita, con tanto di confronto in prima serata tra i candidati, partecipata ed ha sostanzialmente segnato una discontinuità democratica tra un leader conservatore, come l’oramai ex presidente Ahmadinejad, e la nuova leadership più moderata di Rohani.

Come detto prima, a dimostrazione della non essenzialità dei partiti sulla scena politica, anche se non esiste un sistema partitico in Iran ed ogni candidato si presenta da indipendente, esistono comunque delle correnti di pensiero e delle visioni differenti sulle questioni più importanti del Paese asiatico e l’elettorato sceglie, alternativamente, personaggi legati ora all’una ora all’altra visione, come del resto in ogni sistema che prevede la scelta elettorale.
Se dal 1997 al 2005 la presidenza è stata “riformista” con Mohammad Khatami, tra il 2005 ed il 2013 nell’elettorato ha fatto breccia il carisma del conservatore Ahmadinejad; adesso invece, in massa gli iraniani hanno optato per un nuovo cambiamento, dando fiducia ad una persona moderata e di esperienza come per l’appunto il nuovo presidente Rohani.

Un’elezione che, contrariamente alle aspettative, è arrivata già al primo turno grazie al 50,72% dei consensi, segno di come dalle parti di Teheran si avvertisse la necessità di un’alternanza con la leadership conservatrice; cambiamento che, secondo molti analisti, avrebbe a che fare con le promesse di rilancio di un’economia che deve fare i conti con l’embargo imposto nel 1995 dagli Usa e sempre più pesante di anno in anno, nonché con le promesse di una politica più moderata in campo internazionale.

Insomma, la volontà degli iraniani si è espressa e si è espressa democraticamente; al contrario di quanto possa far trapelare la stampa occidentale, in Iran il cambiamento di leadership è avvenuto senza tensioni, ma con civili dibattiti, dai quali l’elettorato ne ha tratto le conclusioni per esprimere un voto in larga parte di cambiamento rispetto agli ultimi 8 anni.
Quanto alla figura del nuovo presidente, in primis bisogna affermare che non avverrà alcun passo indietro da parte dell’Iran verso le proprie posizioni nei confronti degli Usa e dell’Europa, così come non ci dietrofront sul programma nucleare.

Avere a Teheran un presidente riformista, non vuol dire avere una presidenza che mira ad abbattere i punti cardini del sistema della Repubblica islamica; certamente Rohani cercherà una via più diplomatica nelle varie questioni, ma la difesa dei principi e dei valori della rivoluzione del 1979 non è stata mai messa in discussione nella campagna elettorale ed in ogni caso, a fare da guardiano ai valori prima richiamati, vi è l’Ayatollah Khamenei dall’alto del suo ruolo di capo religioso e spirituale del Paese.
Chierico sciita, ex negoziatore proprio del programma nucleare, il che gli conferisce senza dubbio una notevole esperienza in campo internazionale, Rohani dunque si appresta a guidare il proprio Paese per i prossimi 4 anni.

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