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Corea del Nord: il nuovo “cattivo” da aggredire

Salvo Ardizzone on 1 agosto 2017 - 04:47 in Medio Oriente, Primo Piano

Venerdì scorso la Corea del Nord ha effettuato un nuovo test missilistico; il missile ha raggiunto i 3mila km di altezza prima di cadere dinanzi alle coste del Giappone a circa mille Km di distanza. Dopo un primo scetticismo, secondo il giudizio degli esperti con una diversa inclinazione avrebbe potuto raggiungere vasta parte del territorio americano.

La risposta immediata degli Usa è stata un’esercitazione congiunta alle forze giapponesi e coreane, con tanto di sorvolo della penisola di due bombardieri strategici B-1B, che tuttavia non sposta di una virgola la situazione, anzi, se possibile la peggiora.

A versare olio sul fuoco c’è la valutazione dell’Agenzia d’Intelligence del Pentagono, la Dia, secondo la quale la Corea del Nord potrà schierare un affidabile missile balistico intercontinentale (Icbm) capace di colpire gli Usa già nel prossimo anno; una stima che abbassa di due anni quella precedente, ma tuttavia da prendere con le pinze (basta ricordare la favola delle armi di distruzione di massa di Saddam).

Il fatto è che la valutazione della Dia rafforza quanti premono per un’azione militare preventiva; per tutte bastano le dichiarazioni del Capo degli Stati Maggiori riuniti Usa, generale Dunford, che ha definito possibile un’opzione militare in risposta alla capacità nucleare della Corea del Nord, ed inconcepibile permettere lo sviluppo di tale capacità.

Il fatto è che un eventuale attacco Usa scatenerebbe una violenta rappresaglia nordcoreana, che avrebbe conseguenze disastrose sulla sovrappopolata Corea del Sud e sulla stessa capitale Seul; basterebbero e avanzerebbero la miriade di armi convenzionali stipate in caverne scavate nelle montagne, assai difficili da neutralizzare anche da un massiccio attacco americano, che rischierebbe solo di scatenare un conflitto colossale e dagli imprevedibili sviluppi.

Attacchi preventivi ed operazioni coperte, come ventilato da un sibillino commento del direttore della Cia Mike Pompeo, tutte le opzioni puntano a un cambio di regime nella Corea del Nord. Un obiettivo visto con crescente irritazione dalla Cina, il vero bersaglio finale di tutte quelle manovre militari.

Malgrado scontenta di un alleato sempre più imprevedibile e meno affidabile, Pechino non ha alcuna intenzione (né interesse) di favorire il collasso di Pyongyang, col risultato di trovarsi sui confini un’apocalittica emergenza umanitaria insieme ai Marines. D’altronde, Kim il-Sung non ha intenzione di rinunciare alla corsa al nucleare, a una credibile deterrenza che è l’unica garanzia di sopravvivenza per il suo regime (Saddam e Gheddafi insegnano).

Vista così, la via di un’escalation militare pare certa, con un attacco di cui non è in dubbio il se ma il quando, e comunque entro una finestra temporale sempre più stretta, prima che la Corea del Nord compia il passo decisivo verso il possesso di Icbm dotati di testate nucleari.

In realtà, Kim il-Sung e la sua cricca sono una scusa sontuosa; sono i “cattivi” di turno che gli Usa fabbricano sempre per giustificare i propri attacchi, ed ora nel mirino più e prima di essi c’è Pechino, col suo crescente espansionismo che cozza contro gli interessi di Washington.

La Cina ha compreso bene la situazione e non a caso ha utilizzato la parata per il 90° anniversario dell’Esercito per mettere in mostra il suo crescente potenziale; al contempo, sta ammassando truppe al confine con la Corea del Nord per non farsi trovare impreparata da qualunque evenienza.

I tamburi di guerra sono pronti, ma se la finta diplomazia e la guerra economica dovessero cedere il passo al Pentagono ed alle “soluzioni” militari, la deflagrazione che verrebbe dallo scontro fra i due imperialismi che si contendono l’Asia-Pacifico (Usa e Cina) sarebbe disastrosa per tutto il mondo.

di Salvo Ardizzone

 

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